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Ogni cucciolo di mammifero nasce da una madre e da un padre e viene da loro accudito e nutrito. Solo il cucciolo d’uomo invece ha il privilegio di essere cullato e coccolato, oltre che dai propri genitori, anche da un nonno e da una nonna.

Nel mondo animale quando una generazione termina il proprio ciclo riproduttivo saluta e se ne va;  i mammiferi che hanno la possibilità di sopravvivere ai figli e ai nipoti, devono però continuare a procreare proseguendo nella loro funzione di genitori.

Tra gli altri animali sembra quindi non esistere il ruolo di nonno. E’ conosciuta qualche eccezione, ad esempio tra le balene e gli elefanti (non se ne offendano le nonne): questi longevi animali hanno un lungo periodo di vita successivo alla fase procreativa, ma non sviluppano una relazione con i nipoti simile a ciò che avviene nella nostra specie.

L’osservazione del mondo naturale sembra indicarci che, biologicamente parlando, i nonni non servono e pertanto il loro ruolo deve avere altri significati più profondi e nascosti.

Tra i mammiferi più evoluti spesso la madre è aiutata e sostenuta nella faticosa funzione di curare i  cuccioli (di solito da altre giovani femmine); gli etologi parlano di allomadri per definire queste primitive baby-sitter e generalmente i piccoli si legano molto a queste figure che forniscono loro protezione e nutrimento quando la madre non è presente.

Nella nostra specie non sembra che i nonni abbiano la funzione di sostituire i genitori: il nonno cioè non servirebbe per sostenere la famiglia, nè la nonna avrebbe la funzione di nutrire i cuccioli della propria figlia (oltre a non avere latte, spesso ha troppi acciacchi). Questo ruolo primario i nonni l’hanno già svolto e lo terminano quando i loro figli diventano a loro volta genitori.

Quando nasce un bambino quindi nascono due genitori e, normalmente, nascono quattro nonni. Quale significato nasconde il nascere nonno ?

La risposta a questa domanda probabilmente la conosce soltanto un nipotino, il quale sa perfettamente di essere per i suoi genitori un figlio, ma per i suoi nonni un nipotino.

Ogni bambino nei primi anni (ma se può anche da adolescente) sta ben attento a non confondere i due ruoli; sbaglierà e si comporterà come un figlio solo se i nonni sbaglieranno e si comporteranno con lui come genitori.

Se per un momento scendiamo a vedere il mondo con gli occhi dei bambini, ci rendiamo conto che non vorremmo avere dei genitori giovani e degli altri genitori più vecchi; vorremmo invece dei nonni diversi dai genitori.

Vorremmo dei nonni liberi da impegni di lavoro e con lo stesso tempo a disposizione che abbiamo noi, che amino i dolci come li amiamo noi (anche se poi hanno il diabete), che attraverso spesse lenti da vicino e da lontano vedano il mondo strano e diverso come lo vediamo noi; e vorremmo nonni che confondono il presente con il passato, le storie vere con quelle inventate.

Vorremmo nonni diversi dai nostri genitori, perché la nostra specie è riuscita ad inventarsi una figura nuova e speciale, che esiste solo per noi.

 I vecchi e i bambini hanno la stessa visione del mondo probabilmente perché vivono lo stesso mistero, il mistero della vita che è appena cominciata e quello della vita che va a concludersi.

E’ opportuno che i genitori non entrino in questa relazione quasi magica; è utile che ne rispettino il segreto in attesa del giorno nel quale potranno nascere nonni anche loro.

I nonni, è bello che ricordino e raccontino i tempi in cui erano loro a fare i genitori, ma senza pretese di essere creduti nè tantomeno di essere imitati dai loro figli; il ricordo lontano infatti sfuma e confonde la realtà e poi ogni genitore ha diritto di inventarsi il suo modo…altrimenti potrebbe  perdersi tutto il divertimento.

Quando il bambino sarà cresciuto i nonni potrebbero non esserci più o essere troppo malati, ma dentro di lui continuerà a rimanere qualcosa di caldo dai contorni sfumati: sarà quel tempo con poche pretese, e ancor meno divieti, passato insieme ai nonni.

Se poi qualche bambino non ha i nonni perchè sono già andati via, è sempre possibile fargliene adottare qualcuno libero da nipotini; infatti la scienza ancora non è riuscita a scoprire se sono i nonni che servono ai nipotini per crescere o se sono i nipotini che servono ai nonni per invecchiare felici.


Pianto

piantoUE UE UE UE UE UE UE UE . . .

Piango fin che mi pare e piango più che posso.
Piango perché non so parlare.
Piango per solidarietà con i miei amici.
Piango come piangono i bambini in tutto il mondo.
Piango così qualcuno prima o poi verrà.
Piango perché non so cosa fare.
Piango perché sono stufo di guardare il soffitto bianco.
Piango perché ho fatto tanta cacca.
Piango perché ho caldo, perché ho freddo,
perché sto bene, ma non voglio darvi la soddisfazione.
Piango non so perché, ditemelo voi se lo sapete,
oppure chiedetelo al pediatra che lui ha studiato.
Piango perché per ora è la cosa che so fare meglio.
Piango perché così creo un gran bel putiferio.
Piango perché anche voi alla mia età piangevate.
Non ricordo più perché ho iniziato a piangere,
ma prima un motivo sono sicuro che c’era.
Ovviamente piango perché ho fame e non
arrivo ancora alla maniglia del frigo.
Dopo il pasto piango perché ho mangiato troppo
e ho l’aria nella pancia.
Piangere però non fa male, non si muore di pianto,
anzi se non piangessi morirei.
Quando piango sono sicuro che vi ricordate
di me e che state male per me.
In realtà io non piango mai per niente, quando piango è perché voglio
qualcosa e alla mia età i desideri e bisogni corrispondono sempre.
Perciò non preoccupatevi troppo e sforzatevi invece di capire
di cosa ho bisogno così ci mettiamo tutti calmi e tranquilli.
E fra poco si ricomincia…..


Sorriso

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Qualcuno ha detto che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Potremmo dire lo stesso del sorriso e del pianto di un neonato: fanno più notizia cinque minuti di squillanti grida che una serie di silenziosi sorrisi.

Probabilmente i neonati sorridono già in utero; sicuramente sorridono già nei primi minuti dopo la nascita appena qualche mano gentile si preoccupa di asciugarli e di abbracciarli.

Il sorriso delle prime settimane avviene frequente nel sonno e coinvolge principalmente la bocca, con scarsa partecipazione degli occhi. E’ un sorriso che assomiglia molto a quello degli altri animali e sembra un semplice movimento della mimica facciale; non sappiamo a cosa corrisponde nella mente del neonato e generalmente non è possibile associare questo sorriso a nessuna situazione contingente particolare.

Nel corso del secondo mese di vita, quando il bambino comincia a vedere distintamente il volto della mamma, cominciamo a vedere i veri sorrisi costruiti con tutto il viso; a questo punto il nostro piccolo è ben sveglio e partecipa al mondo che lo circonda. Per il momento gli interessano più i volti che gli oggetti, e preferisce i visi visti di fronte alla distanza di 20-40 centimetri. Il viso più bello sarà sempre quello della mamma, colei che lo nutre e lo protegge; tra tutte le persone del mondo lei è la persona che lui conosce meglio, meglio di se stesso.

In questi primi mesi infatti il neonato non conosce ancora se stesso. Nel momento in cui imparerà a conoscere la mamma inizierà a conoscere anche se stesso; quando scoprirà che la mamma è la mamma, capirà anche chi è lui. Questo è un miracolo difficile da capire e da spiegare: attraverso la scoperta della mamma ogni bambino arriva a conoscere la propria individualità e inizia a collocarsi nel mondo come persona consapevole.

Quando un neonato è felice e sorride alla propria mamma, la mamma non sarà capace di resistere e, quasi senza accorgersene, rilancerà con un sorriso molto simile a quello ricevuto dal suo bambino; generalmente il gioco dei sorrisi prosegue per alcuni minuti e alla fine è quasi sempre impossibile ricordare chi ha cominciato. Nel sorriso della mamma il bambino vede il proprio sorriso, nel viso della mamma vede specchiato il suo; ognuno di loro sembra volersi confondere nell’altro, quasi tornando a quella relazione strettissima che hanno già vissuto durante la gravidanza.

Dobbiamo quindi considerare il sorriso dei primi mesi come il linguaggio positivo e dolce di cui dispone il neonato per comunicare (il linguaggio negativo, e a volte violento, è il pianto). Il sorriso del neonato è probabilmente anche uno dei modi privilegiati e belli che la natura è riuscita ad inventarsi per portare il cucciolo d’uomo verso la conoscenza di sé e degli altri. Proviamo pertanto a circondare i nostri neonati di molti specchi nei quali possano vedersi e riconoscersi, gli specchi dei nostri visi che non sono mai stanchi di sorridere.


Puericultura o Puericulture ?

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La puericultura dovrebbe essere la scienza che studia le modalità di cura dei bambini piccoli, in realtà essa si fonda assai poco su criteri scientifici, ma è invece fortemente influenzata da fattori culturali e sociali. Per questo non dovremmo considerare una sola puericultura giusta ed efficace, ma ritenere possibili tante puericulture quante sono le culture che influenzano le modalità con le quali ci si prende cura dei bambini.

Oggi, più di ieri, abbiamo la possibilità di sperimentare stili di vita differenti e, osservando la società multietnica che si sta configurando, abbiamo la possibilità di inventarci modalità aperte di accudimento dei piccoli. Questo non dovrebbe rappresentare un allontanamento dalle nostre radici e dalle nostre tradizioni, ma semplicemente una maniera di vivere con schemi meno rigidi e con maggiore senso critico.

Abbiamo la possibilità di costruirci un saper “meticcio” che sia in grado di sintetizzare e valorizzare gli aspetti positivi che ogni cultura possiede. Alla fine potremmo anche scoprire che il maternage africano è elaborato e artificiale quanto il nostro perchè strettamente collegato alla struttura sociale nella quale si è sviluppato.

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In Burkina Faso, durante la gravidanza, si pratica un rito che prevede di interrogare il feto per scoprire da lui il motivo della sua venuta sulla terra e per individuare il nome che dovrà portare; per loro infatti è il bambino stesso che decide di nascere e di incarnarsi in una determinata famiglia. Presso questo popolo, i fratellini vengono tenuti in una stanza attigua a quella del parto affinchè possano rispondere con la loro voce al primo vagito e far sapere così al nuovo nato di essere arrivato nel posto giusto.

In molte altre popolazioni il nome non viene scelto dai genitori, perché si ritiene che sia già posseduto dal bambino e spetti agli adulti scoprirlo attraverso l’osservazione del comportamento del piccolo; si ritiene che “il nome sia la persona” e rappresenti la sua identità.

Molti genitori mussulmani, subito dopo il parto, come rito di protezione e di accoglienza, recitano nell’orecchio del neonato la prima sura del Corano. La stessa preghiera è spesso usata come ninna-nanna.

E’ abitudine in Africa parlare e cantare al bambino mentre lo si allatta; un proverbio africano dice infatti: “il cibo senza parole riempie lo stomaco, ma non la testa”.

Presso moltissimi popoli (Marocco, Cina, Egitto, India, Mali, ecc.) la donna che ha partorito viene tenuta in quarantena; in questo periodo altre donne si prendono completamente cura di lei, affinchè lei possa prendersi cura del suo bambino.

Sarebbero 186 le popolazioni del pianeta nelle quali i bambini piccoli vivono per l’80-90 % del tempo a contatto con l’adulto; nelle società industriali invece il tempo di contatto fisico con i genitori è stato calcolato intorno al 25 %.

Nelle Filippine per proteggere il bambino gli si mette in tasca del riso; come amuleto è usato anche un pezzetto di moncone ombelicale essiccato.

In Marocco per calmare il bambino dalle coliche si usa camomilla di erba luisa o infuso di menta; lo svezzamento è iniziato con i datteri che vengono schiacciati con miele e semi di sesamo. Per il mal di pancia si usano tisane all’origano. I piccoli dormono nel letto con la mamma per almeno tutto il primo anno di vita. Sempre in Marocco a 7 giorni di vita si fa la festa del nome sacrificando un agnello; a 40 giorni invece si fa il rito del taglio dei capelli (rito di purificazione) lasciando però un piccolo ciuffo. Per proteggere il bambino si usa la mano di Fatima attaccata ai vestiti o il Corano posto vicino alla testa o sotto il cuscino. E’ tradizione vestire il neonato nei primi giorni con abiti usati dai fratelli più grandi.

In Sri Lanka si allatta almeno fino ai due anni. Il bambino viene spesso massaggiato con olio di cocco o con il latte della mamma; per le coliche si usano i semi di finocchio. A 40 giorni il bambino viene presentato alla comunità e nell’occasione gli si tagliano i primi capelli che vengono buttati nell’acqua che scorre. A 7 mesi si fa la festa del primo boccone salato.

I cinesi fanno la festa del primo mese e successivamente la festa dei primi 100 giorni (sono generalmente pranzi dove si radunano tutti i parenti).

In Perù si divezza con il tuorlo d’uovo e con una particolare banana arancione molto nutriente. Alcuni nonni non toccano i nipoti fino all’età di un mese quando vengono battezzati.

Le Egiziane seguono alla lettera il versetto 233 del Corano che prescrive l’allattamento per i primi due anni (è consentito però utilizzare una balia). Il bambino dorme generalmente nel letto dei genitori per i primi 3 anni e durante il giorno è quasi sempre in contatto con la mamma.

Non sono note popolazioni extraeuropee che usino il ciucio, ne metodi di allattamento che utilizzino orari fissi per le poppate. Le mamme berbere insegnano al bambino un controllo precoce degli sfinteri tenendolo nudo sulle proprie caviglie dondolandolo e cantando per rassicurarlo.

In Mali il bambino viene educato al controllo degli sfinteri dal momento in cui inizia a camminare; lo svezzamento invece è programmato verso i due anni di età.

In Africa occidentale generalmente i bambini dopo la nascita dormono a contatto dell’addome della mamma, in seguito si collocano a contatto della schiena della madre; crescendo dormiranno inizialmente con altre “madri” e poi con bambini della loro età. Per massaggiare e ammorbidire la pelle dei bambini in Africa occidentale viene usato il burro di karitè e l’olio di palma bruciato; in India usano l’olio di senape durante l’inverno, quello di cocco d’estate, mentre in primavera e in autunno viene impiegato l’olio di sesamo.


Sonno

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Gentilissimo dottore, 

ancora una volta ricorro a lei per un consiglio. Sono la mamma di Margherita nata lo scorso marzo. Sta andando tutto bene. Lo svezzamento procede benissimo e Margherita è una bimba molto gioiosa e autonoma. Continua, però, ad esserci un grosso problema: il dormire. Si sveglia ancora molte volte per notte.  A questo punto escludo che sia per la fame. Non è ancora capace di addormentarsi da sola. E in questo credo di non averla affatto aiutata: da quando è nata l’ho fatta addormentare attaccandola al seno e l’ho fatta dormire nel lettone. Adesso, a più di 10 mesi, si addormenta a fatica dopo averla cullata per diverso tempo e, nelle migliori delle ipotesi, dorme un paio d’ore. In sostanza si sveglia ogni due ore.

Oltre la fatica di reggere la situazione sono preoccupata per lei. Non riposa bene e a sufficienza e, anche quando ha evidentemente sonno, non riesce sempre ad addormentarsi. Non sono stata in grado di insegnarle a dormire e ora lei non è libera in questo. 

Non so bene come fare. Ho letto anche il libro Fate la nanna consigliatomi da una mia amica ma l’approccio unico che va bene per tutti non mi piace molto. Oppure altri sostengono di farla piangere sino a che non si addormenta. Anche questo non riuscirei e non vorrei praticarlo. Anche perchè, oltre alla mia incapacità di reggere il suo pianto e alla ricerca da quando è nata di accompagnarla nelle fasi della crescita con gradualità e dolcezza, Margherita è una bimba molto cocciuta, in grado di piangere per ore senza mollare, anzi…innervosendosi sempre più. Quindi rischierei di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato. 

Come posso procedere per cercare di farla dormire nel suo letto sempre più a lungo e ad insegnarle la libertà di dormire quando vuole o ne ha bisogno? Grazie mille per i preziosi consigli che potrà darmi.

Cara mamma,

Se Margherita quando è sveglia “è una bimba molto gioiosa e autonoma”, trovo abbastanza normale che sfoghi nel sonno le sue difficoltà e le sue paure. All’età di Margherita si comincia a diventare consapevoli della propria individualità e a capire che gli altri non fanno parte di noi e che quindi possono abbandonarci; a questa età comincia lo sforzo (che durerà tutta la vita) di adattare i propri bisogni all’ambiente e alle persone che ci sono vicine, a fare i conti con i propri limiti e le proprie possibilità; Margherita ha iniziato la grande avventura (che procede per tentativi ed errori) di camminare verso la completa autonomia.

La difficoltà ad addormentarsi nasconde un’inevitabile paura a lasciare il mondo reale (quello dove la mamma e il papà si possono toccare) per abbandonarsi al mondo dei sogni (e a tutte le paure che nei sogni riescono a farla da padroni); i risvegli periodici (ad esempio ogni 2 ore) dipendono invece dalla difficoltà di passare agevolmente e autonomamente dal sonno profondo al sonno leggero (chiamato tecnicamente sonno REM, quello dei sogni) e viceversa. Se vediamo le cose dal punto di vista di Margherita probabilmente non facciamo molta fatica a capire, e quindi a giustificare, il suo “grosso problema del dormire”.

Detto questo come possiamo aiutare Margherita ad imparare a dormire? Per non imbrogliare nessuno le dico subito che né io né altri abbiamo la ricetta in tasca, e in molti casi nonostante la buona volontà e l’impegno, il problema può rimanere per tutto il secondo (e in casi rari anche il terzo) anno di vita, dopodiché la situazione generalmente migliora quasi per incanto in maniera spontanea.

Qualche suggerimento per i prossimi mesi possiamo comunque tentarlo:

  • Personalmente sconsiglio il metodo di lasciar piangere a lungo un bambino (che piangendo esprime efficacemente il proprio profondo disagio); gli faremmo soltanto sperimentare quello che lui teme di più: l’abbandono e la necessità di doversi arrangiare da solo, di dover contare soltanto su se stesso, di constatare che non c’è nessuno ad aiutarlo nella titanica impresa di crescere e vivere in questo strano mondo. Ancora più sconsigliati sono i farmaci per dormire che stanno diventando di moda anche da noi: hanno tutti un’azione diretta sul sistema nervoso (che nel primo anno di vita è ancora i corso di maturazione).
  • L’ errore principale (inevitabile nei primi mesi) è quello di continuare a fare addormentare il bambino in braccio anche dopo i primi mesi di vita; al primo risveglio (o nel passaggio al sonno REM) il bambino ricerca l’abbraccio e il contatto perduto. Dal 4-5 mese è utile iniziare a tentare l’addormentamento direttamente in culla o nel lettino, rimanendo lì vicino, parlando o cantando o leggendo, oppure accarezzando o tenendo la mano; facendo cioè qualcosa che rassicuri e che faccia sperimentare al bambino che la sua difficoltà è compresa e condivisa e che c’è comunque qualcuno disponibile ad accompagnarlo nella sua impresa. Il bambino deve cioè avere la possibilità di provare e lo stimolo per impegnarsi, ma anche la certezza che non è solo e che può fidarsi (oltre che di se stesso) anche degli altri.
  • Alla fine del primo anno e nel corso del secondo risulta molto utile usare quello che gli psicologi chiamano l’oggetto transizionale (praticamente la coperta di Linus), un bambolotto, un peluche, un feticcio, che per il bambino sia significativo e del quale possa fidarsi come di un vecchio amico.
  • Non è molto importante che il suo letto sia in camera nostra o in un’altra stanza, ma sicuramente per lui poter esserci vicino, sentire la nostra presenza, rappresenta un modo più facile per imparare a fidarsi delle proprie possibilità e per noi un modo più facile per aiutarlo. Un grande pediatra come Brazelton si chiede se la nostra cultura non sia troppo esigente quando chiede ad un bambino piccolo di imparare a dormire in una stanza tutto solo.
  • Per quanto riguarda i risvegli, la tecnica che mi sento di consigliare è quella di aspettare qualche minuto (2-3) prima di andare da lui, allo scopo di lasciargli il tempo sufficiente per provare a consolarsi in maniera autonoma e sperimentare le proprie capacità. Dopo questi pochi minuti possiamo provare a parlargli per rassicurarlo, in caso di insuccesso andiamogli pure vicino, ma tentiamo ancora di consolarlo senza prenderlo in braccio, con carezze e contatto; soltanto se è davvero disperato e inconsolabile prendiamolo in braccio. In particolare dopo il 4-5 mese, questa modalità rassicurante e graduale può aiutare il bambino ad imparare l’autonomia attraverso l’esperienza positiva delle proprie capacità.
  • Se finiamo per portarlo a letto con noi, sarebbe utile evitare che il suo risveglio avvenga nel lettone, per evitare che sperimenti e riconosca quello come il luogo del proprio sonno. Aspettiamo che sia nel sonno profondo (quando cioè ha un respiro regolare e non presenta alcun movimento) e riportiamolo nel suo letto, dove potrà svegliarsi e ritrovarsi.

Altri consigli non mi sento di poter dare, perché ogni bambino è diverso e ogni genitore ha il compito, difficile e stupendo al tempo stesso, di scoprire cosa è più utile per il proprio bambino.

Approvo molto la sua intenzione, lucida e consapevole, di accompagnare la crescita di sua figlia con “gradualità e dolcezza”; non si discosti mai da questo fondamentale proposito, anche a costo di dover tollerare alcuni “insuccessi” come questo del dormire, e non dubiti mai che voler bene e dimostrare affetto possa essere un segno di debolezza che non aiuta a crescere; molte ricerche nel campo sociologico e psicologico stanno dimostrando che i sentimenti positivi sperimentati nei primi due anni di vita stimolano la fiducia in se stessi e l’autostima, favorendo nelle età successive la capacità di relazioni positive e di comportamenti sociali.

Tanti saluti a lei e a Margherita.


I comportamenti del neonato

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Cari genitori,

poiché vi lamentate continuamente di non riuscire a capire cosa voglio e cosa mi serve, provo a risolvere il problema descrivendovi i miei stati comportamentali, uguali a coloro che hanno pochi mesi di vita.

Stato 1.
E’ quello più bello per voi, ma un po’ inutile per me. In questa situazione stacco completamente la spina e mi isolo dal mondo chiudendomi in me stesso. Sono immobile con gli occhi chiusi, respiro in maniera regolare, ogni tanto faccio un respiro più profondo o un piccolo ’scatto’. Se intorno a me ci sono rumori forti io non mi accorgo di nulla. In questo stato, chiamato sonno profondo, il mio corpo si riposa, consuma poca energia e anche il mio cervello è inattivo.Nei primi mesi dalla nascita questo stato dura poco, circa 20-30 minuti, e quindi non entusiasmatevi troppo, non c’è neppure il tempo per un cortometraggio…

Stato 2.
Finito lo stato 1 passo velocemente ad un altro tipo di sonno, questa volta molto diverso. Ho le palpebre chiuse, ma sotto gli occhi si muovono (infatti questo stato si chiama sonno REM: rapid eye movement). Mi agito nel lettino, faccio dei versi con la bocca e a volte parlo. Ma soprattutto sogno! In questo tipo di sonno il mio cervello è in grande attività, rivedo quello che ho visto durante il giorno, sento gli odori e i sapori; a volte sogno di succhiare al seno, altre volte sogno di essere ancora nella pancia e cerco l’abbraccio e il massaggio del corpo della mamma. In questo stato spesso sono irrequieto e ho paura, a volte mi sveglio e vi cerco. Anche questo periodo è abbastanza veloce e l’alternanza del sonno agitato con il sonno profondo è rapida e continua. Il mio sonno è davvero molto diverso dal vostro, portate pazienza, quando sarò un po’ cresciuto saremo molto più simili.

Stato 3.
Questo momento può essere lungo o breve a secondo delle situazioni, e del mio caratterino (che però ho ereditato proprio da voi). E’ il momento del passaggio dal sonno alla veglia e viceversa, quello che voi chiamate addormentamento e risveglio. Per me è poco importante, perché io non ho ancora capito la differenza tra la realtà e il sogno, a me sembrano due cose molto simili e faccio confusione; ma anche per questo aspettate con pazienza e prima della fine dell’anno avrò le idee un po’ più chiare.

Stato 4.
In questo momento non sono soltanto sveglio, sono anche attento e concentrato. Con il vostro aiuto, ma anche con il mio impegno (un po’ di esperienza sto cominciando a farmela), riesco a passare allo stato di veglia attenta. Riesco a guardarmi intorno, ad osservare i vostri visi e gli oggetti che ci circondano. Vedo anche tutti i peli che il papà ha sulla faccia e i due vetri che la nonna ha davanti agli occhi. Sono molto attento al profumo della pelle della mamma; il sapore che esce dal suo seno si mescola al suo sorriso più dolce del latte; i suoi occhi profumano di gioia quando mi guardano e io mi sento nel posto giusto al momento giusto… Quando sono in questo stato il mio cervello inserisce dati su dati e la mia memoria si riempie di cose belle e importanti che mi fanno crescere. Questi momenti rimarranno dentro di me per il resto della vita.

Stato 5.
Il nirvana della veglia tranquilla non può durare a lungo, anzi è piuttosto breve, come tutte le cose belle e importanti. Dopo un po’ l’incantesimo si rompe e precipito nella confusione. Sono sveglio, ho gli occhi aperti, mi muovo come posso, cerco di mettere in bocca e di afferrare. Sono un po’ agitato e non riesco bene a gestire lo spazio che mi circonda, e poi ho bisogno di essere aiutato per spostarmi e per trovare la giusta posizione. Faccio fatica a osservare le cose con attenzione e tutto mi gira intorno troppo velocemente. Questa scarsa coerenza e prevedibilità mi stanca molto, ma con il vostro aiuto tutto è più facile, se tra me e il mondo ci siete voi ogni cosa diventa possibile e bella. Per questo, per ora, ho bisogno di avervi vicino, e se voi siete sereni anch’io riesco a trovare il mio speciale equilibrio.

Stato 6.
Ogni tanto dalla veglia attiva la situazione precipita; non so come, non so perché, mi trovo piangente e urlante. Vorrei davvero evitarvi questo strazio, ma è più forte di me, mi si apre tutto dentro, l’aria esce veloce dai polmoni e fa un gran fracasso. Non crediate che mi diverta, anche a me dà fastidio tutto questo. E poi consumo un sacco di energia e dopo un po’ non ho davvero più forze. Quando sono così agitato non ho più il controllo di me stesso e da questo stato non imparo proprio nulla, devo solo sperare che la tempesta duri poco e che torni il sereno, così da ricominciare a vivere davvero. Non dovete spaventarvi e disperarvi per me, però non dovete neppure starvene lì a guardarmi come due stupidi, se mi prendete in braccio e mi fate un po’ di quelle coccole che solo voi sapete fare, riusciremo a spegnere insieme la sirena e a chiacchierare tranquilli come vecchi amici.

Adesso che sapete come mi comporto dovrebbe essere più facile per voi capire cosa mi serve, aiutarmi forse sarà più facile. Io comunque imparo in fretta e se voi state bene attenti, anche se ancora non so parlare, riuscirò a insegnarvi un sacco di cose, così anche voi imparerete presto a diventare dei genitori perfetti, cioè…quasi perfetti.