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Parto a domicilio

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Esperienza di parto a domicilio: un neonatologo che si crede un re magio

Quando giro per la mia città mi trovo a pensare ‘lassù in quella mansarda una sera piovosa è nata una bambina’, ‘dietro quella finestra al primo piano è nato un bambino, era la mattina del giorno dell’Immacolata’, ‘ in quel condominio anonimo e banale è nato Mattia (o Matteo ?)’. Quando giro per la mia città ritrovo, anche dopo anni, i luoghi della nascita dei bambini nati a casa loro e nella mia mente si accende una mappa dove compaiono zone speciali, animate da occhi grandi, arti che nuotano nell’aria, voci ritmiche e squillanti.

La mia città si anima di bambini nuovi che sono nati qui e là, nelle ore più impensate e inopportune, senza preoccuparsi del momento storico, senza avvisare o farsi annunciare da segni premonitori. Sono bambini nati a casa loro, quando volevano loro, senza chiedere il permesso all’amministratore e senza consultare il regolamento condominiale. In passato tutto ciò era normale e quasi banale, poi per molti anni soltanto in una zona precisa della città era consentito nascere, adesso qualcuno ha ricominciato a nascere qua e là, in mansarda o in bagno, nel salone o in camera, in condominio o in case appartate, dietro il centro commerciale o nascosto tra alberi e fossi, alla luce dell’insegna al neon o in un viottolo buio.

La città è così colonizzata da bambini e da bambine appena nati, da pance che si svuotano con l’ultimo urlo e da seni che si gonfiano per continuare a nutrire e terminare l’opera. La mia città ha cominciato ad apparirmi diversa, è diventata una città generatrice di persone nuove, una città creatrice, che accetta e accoglie nuove vite in qualunque suo angolo, senza preoccuparsi di regolamentare questa attività. La mia città sembra volermi avvisare di essere contenta di far nascere dappertutto.

Da quando faccio il pediatra in un ospedale di provincia, anche la campagna lungo il fiume Enza è diventata una campagna che genera. Così passo in auto tra piccoli gruppi di case e ritrovo dietro la finestra al piano terra un luogo di nascita, ad un crocicchio dopo l’edicola nascosto da un grande olmo inizia il viottolo che porta ad un altro punto nascita. Nella mia mente anche la geografia reggiana si anima di neonati che hanno potuto nascere dove volevano senza doversi allontanare dalla loro casa e dal loro cortile, lo stesso dove negli anni successivi potranno correre e giocare, farsi male ed essere consolati, perdersi e ritrovarsi.

Il mio concetto astratto di ‘genitorialità diffusa’ comincia a farsi più chiaro e concreto, ogni punto di questo mondo mi sembra disposto a generare. La genitorialità è diffusa perché è potenzialmente in ogni luogo e ogni luogo sembra capace di accogliere una persona nuova. La professione che ho scelto mi ha permesso di veder nascere in ospedale migliaia di bambini, quelli che ho visto nascere a casa sono pochi, ma valgono molto. Per me vale molto anche sperimentare il tragitto per andare a visitarli: sono io a spostarmi per andare da loro, e come un Re Magio cerco i segni indicatimi dall’ostetrica per trovare il luogo della nascita. L’esperienza continua una volta entrato in casa: l’ambiente è sempre il solito, come a casa mia, ma l’atmosfera è quella del grande evento.

I genitori sono tranquilli, si sentono a casa loro; quando arrivo io le difficoltà sono già terminate, ho il piacere e il privilegio di sentire la quiete dopo la tempesta. Non è possibile fare nulla di corsa, non si riesce a stare in piedi, è normale anche sedersi e bere qualcosa; non mi sento lì per visitare il bambino, mi sento in visita ad una famiglia che cresce e che è ancora piacevolmente stordita dall’esperienza appena vissuta. Quando visito un bambino nato a casa è raro sentirlo piangere, generalmente è molto tranquillo e si lascia toccare senza paura, è a casa sua, sente odori e rumori famigliari, nulla lo può minacciare in casa sua.

Quando sono presenti dei fratellini la loro partecipazione alla visita è un gioco nuovo che avviene nel loro ambiente, fosse per loro dovresti rimanere tutta la sera a giocare con loro. Il papà è sempre molto indaffarato, pensandoci bene si comporta un po’ come una caposala dell’ospedale che si sente in dovere di controllare tutto. La mamma invece spesso sembra distaccata, quasi avesse deciso volontariamente di ridurre la tensione accumulata e ritrovare il proprio equilibrio profondo. Ho visto mamme in piedi dopo solo due ore dal parto affaccendate come se qualcun altro avesse partorito in quella casa: mi è parso come il lavoro di un monaco nell’orto del monastero che interrompe le ore di preghiera e meditazione consapevole di tornare presto a concentrarsi sul mistero che gli riempie l’esistenza.

Le primipare che partoriscono a casa loro già dalle prime ore dal parto hanno la vestaglia bagnata di colostro che esce da solo; probabilmente nessun altro ormone è presente in loro a contrastare il processo della lattazione così perfettamente programmato fin dall’alba della nostra specie.

Questa esperienza professionalmente ti racconta come si viene al mondo, ti spiega che è possibile nascere così. Ovviamente tutto ciò è possibile in sicurezza soltanto perché queste mamme e questi bambini sono stati selezionati da tempo e perché i travagli difficili e i parti rischiosi vengono fatti in ospedale; non sono pochi i parti che cominciano a casa e poi devono essere terminati in ospedale. Ma va bene così, questi piccoli nati a casa loro sono lì per mostrare a tutti una nascita semplice e per indicare anche agli ospedali una maniera ‘dolce’ per nascere. Da questi bambini dobbiamo tutti imparare qualcosa, per aiutare a nascere meglio anche quelli che devono nascere con difficoltà.

I bambini che nascono a casa loro sono dei privilegiati e io che sono andato a trovarli non sono meno privilegiato di loro.

Questo articolo è stato pubblicato nel n.52/2006 della rivista Donna & Donna

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