Mondi in collisione

Mondi in collisione di D.Stern

Più tardi, nella stessa mattinata, quando tutti si sono ormai alzati, Joey è in piedi nella sua stanza e attende di essere vestito dalla mamma, che arriverà da un momento all’altro. All’improvviso nota un raggio di sole giocare per terra e sulla parete e si dirige verso la chiazza di luce che si riflette sul pavimento di legno scuro. Affascinato si butta carponi e la osserva, la tocca con la mano, poi abbassa il viso e vi appoggia sopra le labbra.

In quel momento entra la mamma e lo vede; è sorpresa e, al tempo stesso, vagamente disgustata. Gli grida: “Smettila subito ! Cosa stai facendo Joey?” Joey tira su la testa di scatto, fissa la macchia di sole, poi alza lo sguardo sulla mamma. Lei gli si avvicina, si piega, lo abbraccia e poi dice, sorridendo rassicurante: “Quello è un raggio di sole tesoro e devi limitarti a guardarlo. E’ solo un riflesso sul pavimento, non si può mangiare. E’ sporco”.

Joey la guarda a lungo, poi torna a fissare la chiazza di luce sul pavimento; quindi si libera dal suo abbraccio ed esce dalla stanza.

La luminosità del mattino è di nuovo là e danza lentamente sul muro. Sul pavimento c’è una pozza, bellissima, brillante e profonda. E’ come guardare giù da una lunga scalinata. E’ calda, come una coperta. Vibra come musica, risplende come il miele. E ha un sapore di… La voce della mamma mi colpisce come uno schiaffo. Gela il mio bozzolo luminoso. Raffredda il calore, ferma la musica, appanna lo splendore. Perché?

Studio il suo viso. Vedo formarsi delle infossature ai lati del naso .In un attimo si trasformano in rabbia. Poi entrambe le espressioni svaniscono e la tenerezza riappare sul suo viso. Sono ancora sbalordito. Mi abbraccia mormorandomi dolci e consolanti parole. Ma ognuna di quelle parole è un colpo sordo che manda in frantumi il mio regno.

“Quello è un raggio di sole”. Ma era il mio laghetto, un laghetto speciale !
“Devi limitarti a guardarlo”. Ma io l’ho sentito, l’ho toccato !
“E’ solo un riflesso sul pavimento”. Cosa vuol dire?
“E’ sporco”. Io c’ero dentro.
Quando ha finito i frammenti giacciono tutt’intorno.
Quel mondo magico è scomparso, mi sento nudo e triste. Sono solo.

(…) Mentre Joey contempla la chiazza di sole sul pavimento, mescolando passato e presente, la mamma entra nella stanza e lo trova con la bocca appoggiata al pavimento. Turbata, vuole fermarlo e il suo grido: “Smettila subito !” riecheggia come uno sparo, frantumando il sogno ad occhi aperti del piccolo. Ogni cosa sembra fermarsi e tutta la vivacità abbandona il sogno di Joey, raggelando il suo mondo luminoso. Joey non sa spiegarsi cosa sia successo e spia il viso della mamma in cerca di un indizio.

 Su quel viso però, inizialmente, intravede solo il disgusto e la rabbia. Posto di fronte ad una situazione inaspettata le persone possono rivelare una rapidissima sequenza di emozioni. Il disgusto iniziale della mamma, al vedere Joey con la bocca sul pavimento, lascia il posto a una rabbia che il piccolo non comprende. Poi però la rabbia svanisce quando lei si rende conto che il bambino non l’ha fatto apposta e che tutto l’episodio è, in realtà, tenero e buffo. Amore e tenerezza dominano ora il suo viso. Ma Joey, che come tutti i bambini segue attentamente il succedersi delle emozioni sul volto della mamma, non riesce a trarre alcun senso, nel contesto immediato, da questa sequenza.

(…) Le parole successive della mamma (“E’ solo un riflesso sul pavimento. Non si può mangiare”) hanno un impatto diverso sul mondo di Joey. Lei sta cercando di spiegare e di analizzare la situazione e le parole sono lo strumento più adatto per farlo, ma per fare un’analisi o dare una spiegazione si è per forza costretti a prendere le distanze dall’esperienza vissuta.

 Joey invece era dentro l’esperienza, la viveva, non si limitava a osservarla dal di fuori e le parole della mamma spalancano un abisso tra lui e la sua esperienza. Inoltre, definendo “sporco” il raggio di sole, la mamma sospinge il suo bel sogno nella categoria delle cose ”cattive”: l’esperienza è diventata qualcosa di proibito e ogni parola che segue non fa che frammentare ulteriormente il mondo di Joey. Alla fine non resta più nulla.

(…) Questi momenti rappresentano dei fallimenti nell’intersoggettività tra genitore e bambino: basta un’incrinatura nell’empatia e la mamma non riesce più a vedere le cose dal punto di vista di Joey e non può quindi correre ai ripari. E’ importante che i genitori siano coscienti della possibilità di tali malintesi, in questo periodo particolare dello sviluppo del bambino in cui il piccolo lotta per apprendere un nuovo codice in base al quale catalogare le vecchie esperienze. Ed è ancora più importante quando le incrinature sono impercettibili ed è difficile capire cosa è andato storto, o perché. Un genitore sensibile può aiutare il piccolo a collegare questi due mondi.

Tratto da “Diario di un bambino” di D. Stern


L’allattamento nei mammiferi

L’allattamento nei mammiferi di Susan Allport

Il latte che tutti i mammiferi danno ai loro piccoli è sempre composto da acqua, grassi, proteine, zucchero, piccole quantità di minerali vari, vitamine e ormoni. Le proporzioni di tali ingredienti variano moltissimo da specie a specie. Il latte di pecora, ad esempio, è 80 % di acqua, 9 % di grassi e 5 % proteine; il latte della grande balena azzurra è 50 % acqua, 30 % grassi e 12 % proteine. Com’è naturale, il latte più favorevole al neonato è quello della specie di appartenenza. I biologi, questo, lo hanno sempre saputo, ma non hanno mai sospettato che vi fosse una relazione tra composizione del latte e stile di accudimento, finchè Devorah Ben Shaul, una biologa israeliana che negli anni Cinquanta e Sessanta lavorava allo Zoo Biblico di Gerusalemme, cominciò a riflettere su alcune cose che andava scoprendo.

Cominciò a interessarsi del latte e della sua composizione perché, dovendo spesso nutrire manualmente degli animali selvatici, voleva trovare assolutamente il modo di simulare quanto più possibile la dieta normale che il piccolo avrebbe avuto allo stato libero. Per fare ciò, aveva bisogno di sapere quale fosse esattamente questa dieta. Così, prese a raccogliere e ad analizzare campioni di latte prodotto da centinaia di animali selvatici: balene gibbose, cammelli arabi, ippopotami, topiragno d’acqua, bufalo d’acqua, un formichiere aculeato morto; praticamente tutti quelli che riusciva ad avere.

“Mi aspettavo, naturalmente, che si potessero fare correlazioni importanti sulla base della parentela della specie”, scrisse la Ben Shaul nel suo innovativo articolo comparso sull’”International Zoo Yearbook” nel 1962, “invece scoprii presto che non era così. Mi trovai di fronte a dei risultati apparentemente irrazionali, come il fatto che un orso grizzly e un canguro avevano un latte dalla composizione quasi uguale, o, per fare un altro esempio, che il latte della renna era simile a quello del leone.”

Non è improbabile che molti ricercatori abbiano ritenuto di dover mettere in un cassetto queste scoperte, ritenendole inconsistenti o frutto di un tecnico incompetente, ma la Ben Shaul non mollò. Via via che accumulava altri campioni e dati, cominciò ad individuare l’esistenza di un modello, ovvero una connessione fra composizione del latte di un animale e comportamento da esso tenuto nell’allattamento. Pensò che, forse, c’era un motivo logico se il latte di un grizzly e quello di un canguro erano simili, visto che in entrambe le specie le madri stavano costantemente col piccolo, e questo può alimentarsi in qualsiasi momento. Se raffrontato con quello di altri animali, il latte di questi due animali è molto diluito. Consiste di circa l’88,9 % di acqua, il 3 % di grassi e il 3,8 % di proteine.

Cani, gatti e roditori, invece, producono tutti un latte più concentrato e di più alto contenuto di grassi. Ma questi animali lasciano i piccoli ogni volta per ore, così si spiegava anche questo fatto. I grassi, dopotutto, posseggono i più alti valori nutritivi di ogni alimento. Capre, pecore e primati, i cui piccoli, costantemente, sono al seguito o vengono portati dalle madri, producono al pari dei grizzly e dei canguri, un latte relativamente diluito e con basso contenuto di grassi.

A questo punto, la Ben Shaul fu in grado di stabilire un filo logico tra le sue scoperte anche più sorprendenti, e di spiegare, per esempio, che la giraffa-madre produce un latte con alto contenuto di grassi e di proteine per i primi dieci giorni di vita del piccolo, e poi passa a produrre una soluzione a contenuto di grassi inferiore. Durante i suoi primi giorni, il giraffino rimane in un posto appartato anche per 12-15 ore alla volta, mentre la madre cerca cibo nei dintorni. Ma, trascorsi questi dieci giorni, il piccolo è in grado di seguire la madre e di prendere il latte quando gli pare. Nei decenni successivi alla pubblicazione del suo articolo, i dati sulla composizione del latte presentati da Devorah Ben Shaul sono stati integrati e raffinati aggiungendo campioni provenienti da numerosi altri animali, e da animali considerati in momenti differenti del loro allattamento, ma la sua intuizione di base è rimasta inalterata. E’ servita a spiegare dei comportamenti nell’allattamento dai caratteri ancora più bizzarri di quelli a conoscenza della studiosa israeliana. Si è visto che i canguri, ad esempio, producono dai loro due capezzoli, tipi di latte molto differenti. Un tipo, una varietà a basso contenuto di grassi, è destinato al neonato, quell’essere quasi allo stato embrionale che risiede permanentemente nel marsupio per molti mesi.

 Il secondo tipo, di qualità molto grassa, viene prodotto per il piccolo che è cresciuto abbastanza per lasciare la tasca della madre, ma che continua a succhiare il latte per altri 5-8 mesi, mettendo dentro la testa nel marsupio al bisogno. La cosa sorprendente è che la madre canguro è in grado di produrre questi due tipi di latte contemporaneamente. Può nutrire sia un cangurino già emancipato dal marsupio, sia suo fratello embrionale che sta dentro. Il cangurino sarà sempre sicuro di succhiare il latte dal capezzolo giusto, perché all’altro è attaccato il più giovane che per qualche tempo non staccherà la bocca da lì.

Nel suo famoso articolo sul fondamento logico della composizione del latte, la Ben Shaul sosteneva anche che il latte può rispondere a fattori che si aggiungono al normale accudimento del piccolo, fattori relativi alla specie, all’ambiente in cui essa vive e alle sue specifiche reazioni a quell’ambiente. Il latte ricco di grassi prodotto da balene, foche e delfini, fece osservare la studiosa, è il risultato del fatto che questi animali trascorrono gran parte del loro tempo in acque fredde.

 Successivamente, si è scoperto che i pipistrelli, mammiferi che per vantaggi nel volo hanno dovuto puntare sulla riduzione di peso, hanno un latte ad alto contenuto di grassi e sostanze secche, ma a basso contenuto d’acqua. Si è visto poi che i primati hanno un latte ricco di carboidrati, perché i carboidrati sono necessari per il rapido sviluppo del cervello che nei piccoli avviene dopo la nascita. Gli animali il cui cervello alla nascita è quasi completamente sviluppato, come le foche, producono un latte che è a basso contenuto di carboidrati.

Le foche forniscono anche un esempio lampante di quanto sia stretto il rapporto tra composizione del latte e ambiente. E’ il caso della piccola Phoca Hispida, che partorisce sui ghiacci perenni del mare Artico e nutre per due mesi il suo piccolo con latte ricco di grassi al 45 %. Per contrasto, la foca con la cresta, Cystophora Cristata, così chiamata per la grossa vescicola nasale dilatabile in cima alla testa del maschio, si riproduce nelle banchine di ghiaccio dell’Oceano Artico.

 Poiché il luogo del piccolo è costantemente minacciato dalle tempeste, dalle correnti o da un innalzamento improvviso della temperatura, questo animale ha il più breve periodo di allattamento di tutti i mammiferi, quattro giorni soltanto, ma il latte è il più ricco di qualsiasi altro, avendo un contenuto di grassi superiore al 60 %. Durante i quattro giorni che il piccolo di foca con la cresta passa con la madre, si nutre frequentemente, ogni mezz’ora circa, con un aumento ponderale di oltre sei chili al giorno.

Il latte è una mistura miracolosa, non c’è che dire, accuratamente preparata sia per rispondere ai bisogni fisiologici del piccolo nell’ambiente in cui viene allevato; sia per armonizzarsi con il tipo di accudimento che la madre prevede per il piccolo. Le necessità nutrizionali dei neonati e le caratteristiche del latte delle madri si sono evolute congiuntamente in modo da produrre, per ciascuna specie, la più opportuna soluzione di proteine, vitamine, grassi, minerali e carboidrati. Un piccolo cresce meglio e più forte se usufruisce di quella specifica composizione, mentre, se viene nutrito con il latte di quasi tutte le altre specie, avrà una crescita scorretta, quando non ha conseguenze anche più gravi.

Non molto tempo dopo che la Ben Shaul ebbe pubblicato le sue scoperte, i ricercatori cominciarono a chiedersi cosa potesse eventualmente rivelarci la composizione del latte umano, riguardo cioè alle circostanze in cui gli umani si sono sviluppati e alle tipologie di allattamento assunte nel corso dell’evoluzione.

Nicholas Blurton Jones, etologo inglese, è stato uno dei primi a porsi questo problema, e l’ha affrontato semplificando le categorie stabilite dalla Ben Shaul. Ha diviso le madri terrestri in due tipi fondamentali: nutrici continue, ovvero madri che portano con sé il piccolo o sono seguite da lui, restando quindi in costante contatto con il piccolo; e nutrici distanziate, ovvero madri che nascondono la loro prole o la tengono nel nido. Questi due grandi raggruppamenti, come ha fatto notare Blurton Jones, si distinguono per alcuni precisi aspetti.

 Le nutrici distanziate, come risulta implicito dal nome assegnato loro, alimentano i piccoli a intervalli più o meno distanziati tra loro, e il loro latte ha un alto contenuto in termini sia di proteine che di grassi; inoltre i loro piccoli succhiano il latte velocemente. Invece le nutrici continue, le trasportatrici come le madri dei primati, di marsupiali e di certe specie di pipistrelli, al pari anche delle specie seguaci, quali pecore e capre, allattano i loro piccoli più o meno continuamente, il loro latte è a basso contenuto di grassi e proteine; i loro piccoli succhiano lentamente.

E, in questo quadro, dove si collocano gli umani ? Con un contenuto di grassi del 4,2 % e un contenuto di proteine dello 0.9 %, il nostro latte ci colloca chiaramente nella categoria delle nutrici continue. Questo collima piuttosto bene con quanto sappiamo dell’accudimento materno nelle poche restanti società di cacciatori-raccoglitori, come i Kung del deserto del Kalahari, o i Papua della Nuova Guinea, le cui madri portano con sé i loro piccoli (appoggiati su un fianco o sospesi con una imbragatura) e li nutrono piuttosto frequentemente (durante il giorno anche ogni quarto d’ora e durante la notte almeno una volta, finchè non hanno tre anni).

 Ciò spiegherebbe alcune idiosincrasie riscontrabili nel comportamento del bambino moderno, quali il fatto che il suo pianto viene acquietato con un movimento ondulatorio dal ritmo di circa 60 cicli al minuto, corrispondenti alla velocità di una donna che cammini lentamente, cercando forse il cibo, e che trasporti il figlio sull’anca.

Oppure il fatto che il bambino d’oggi è rumoroso, in netto contrasto con il silenzio in cui stanno quasi tutti i piccoli di primate. Il piagnisteo lamentoso che noi oggi ci aspettiamo come una caratteristica normale dell’infante, può darsi che non abbia fatto sempre parte del suo modello di comportamento. I bambini che sono in costante contatto di pelle con la madre, di rado diventano così affamati da mettersi a piangere per aver da mangiare. In questo caso, cioè, la madre è in grado di capire i segnali di fame al loro primo apparire –movimenti, gorgoglii, irrequietudine – e quindi porta la seno il piccolo prima che lui arrivi al punto di piangere.

Un esito, poi, della trasformazione del bambino da poppante che può assumere il latte al bisogno a poppante distanziato, potrebbe essere il disturbo colitico. Se si prendono alcune scimmie Rhesus e le si nutrono manualmente con poppate previste ogni due ore, esse vomitano ed eruttano frequentemente, cosa che non succederebbe alle scimmie Rhesus allattate dalle madri senza tempi stabiliti. Ha osservato Blurton Jones: “forse il fatto che i bambini vomitano o rigurgitano frequentemente è il risultato della nostra insistenza a che imparino presto ad assumere il cibo con cadenze ogni quattro ore invece che secondo un intervallo fra il quarto d’ora e le due ore, come sarebbe suggerito dai dati comparativi sulla composizione del latte”.

Probabilmente, Blurton Jones ha ragione, ed è facile peraltro vedere come abbia potuto verificarsi tale cambiamento, e come le donne, anche quelle che amavano con tutto il cuore il loro figlio, abbiano colto volentieri l’occasione di mettere giù il bambino per un po’ in un posto sicuro – in una casa, in un letto, lasciandolo accudire magari dai fratelli più grandi – mentre loro svolgevano altri compiti senza impedimenti. E si capisce anche molto bene come, da ciò, la tendenza sia stata quella di estendere gli intervalli tra un allattamento e l’altro, non fino al punto, ovviamente, che la salute e la crescita del bambino avessero a soffrirne, o tanto da ridurre la produzione di latte, ma fin dove ciò si conciliava sia con il progresso di crescita del bambino, sia con la conquista di una maggiore libertà di movimento della madre. Questa cosa, le madri di babbuino l’avevano certamente capita.

Essa è nella natura di ogni femmina che allatta, non appena vede che bisogna destreggiarsi fra i bisogni propri e quelli del piccolo. E si tratta della stessa azione equilibratrice che ha condotto alla formazione degli asili nido, all’affidamento vicario e comunitario di molte specie animali.

Può darsi che le madri umane, all’inizio, siano state nutrici continue, e poi, col tempo, e sempre più nelle società occidentali, siano diventate nutrici distanziate sotto tutti gli aspetti, eccetto quello della composizione del latte. Il fatto che le componenti del latte non siano mutate col mutare del comportamento materno non deve sorprenderci, poiché la civilizzazione, come ha osservato un biologo, è fenomeno troppo recente perché abbia potuto incidere in modo apprezzabile sul sistema genetico dell’uomo. Gli umani hanno trascorso circa il 98 % della loro esistenza a condurre la vita nomade dei cacciatori-raccoglitori per cui i loro geni sono ancora in gran parte quelli dei cacciatori-raccoglitori.

Nessuno sa esattamente quando sia avvenuto il passaggio dalla nutrizione continua a quella distanziata, ma è probabile che essa abbia seguito di pari passo la formazione degli insediamenti agricoli stanziali e delle abitazioni permanenti. Né si conoscono tutti gli effetti che tale cambiamento può aver avuto. Ciò che possiamo dedurre è che vi sia stato un influsso importante sul distanziamento nelle nascite e sulla crescita della popolazione, poiché il frequente allattamento al seno pare conduca a una inibizione della ovulazione per la durata dell’allattamento, e quindi a un contenimento delle occasioni procreative. (Il distanziamento delle nascite e la crescita della popolazione vennero anche direttamente influenzate dalla costituzione degli insediamenti permanenti, poiché le donne, non dovendo più portarsi dietro i bambini fino ai quattro anni circa d’età mentre andavano alla ricerca di cibo, non avevano più bisogno a questo punto di limitare le gravidanze.).

 Resta tuttavia materia di discussione se tale passaggio, da uno stretto e costante contatto con la madre a periodi di ore trascorse da solo su un’amaca o in una culla, abbia influito sullo sviluppo e sulla psiche dell’uomo. Può darsi che abbia comportato soltanto le coliche nel bambino. Ma chissà, potrebbe anche essere all’origine del senso d’angoscia dell’uomo moderno. La prossima volta che sentiamo un bambino che piange, pensiamo un momento.

Tratto dal libro “A Natural History of Parenting” titolo italiano “Tutti i genitori del mondo”
ed. Baldini e Castoldi. 1998.


ll neonato e l’allattamento

Il neonato e l’allattamento di D.Stern

Osserviamo dunque il momento dell’allattamento. Tutti sanno perfettamente in cosa consiste l’allattamento, ma io cercherò di analizzarlo con voi dal punto di vista della regolazione tra la madre e il neonato per poter capire meglio ciò che succede all’interno della relazione madre-bambino.

Quando il neonato comincia a poppare di solito non ha mangiato da qualche ora: ha fame. Ha molta fame. Comincia dunque a succhiare forsennatamente e ingurgita una gran quantità di latte placando così la parte più “impaziente” del suo appetito.

 Durante questa prima fase, la madre prende il neonato, gli mette il seno/biberon in bocca e non fa praticamente nulla: di solito non gli parla, spesso non lo guarda (guarda altrove), non si muove. Il bebè, dal canto suo, succhia, succhia come un matto. Non guarda la madre oppure, se la guarda, è con uno sguardo fisso: non cerca nulla e non si muove. In quel momento il sistema di interazione madre-neonato è ben regolato, da entrambe le parti: sia la madre che il bambino sono concentrati sul fatto che l’importante è di succhiare nel modo più rapido e completo possibile in maniera da placare la fame. Questa fase, però, non dura a lungo.

Una volta placata la fame, il bebè cerca di instaurare una relazione con la madre: è curioso. In questa seconda fase la madre deve scegliere cosa fare, come interagire con il neonato. Comincia dunque con una serie di stimolazioni tattili che provocano un certa reazione nel bambino. A questo punto, perché il sistema nervoso del neonato possa ritrovare un equilibrio, la madre aggiunge un’altra stimolazione (questa volta vocale) e gli dice : “Hei! Aren’t you hungry anymore?”. Continua a cullarlo, lo accarezza, gli tocca le mani e, nello stesso tempo, gli parla.

Dopo una ventina di secondi la madre si trova di fronte ad una nuova scelta: ogni 3, 9, 19 secondi c’è infatti una nuova decisione da prendere ed è proprio per questo che l’improvvisazione è così importante. E’ come se fosse un gioco il cui scopo principale è quello di far mangiare il bambino. Ma come? A che velocità? Con quali interruzioni? Che tipo di relazione tra i due caratterizzerà questo momento? Come farà la madre a controllare la fame del bambino?

Nell’interazione madre-bambino, le scelte della madre sono fortemente influenzate dalle rappresentazioni presenti nel suo repertorio mentale (chi è questo bambino che le sta di fronte? Cosa deve fare? qual è il suo ruolo nei confronti del suo bambino? …). Circa ogni 9 secondi la madre interroga le proprie interpretazioni e quelle del bambino per decidere cosa fare.

A questo punto il bambino vuole giocare, si distrae. La madre, invece, vuole che continui a succhiare e passa ad un altra serie di stimolazioni, questa volta più forti: muove il biberon, gli parla, lo guarda e lo cambia di posizione. Questi quattro tipi diversi di interazione servono semplicemente per regolare la poppata, l’attività del neonato, in modo che continui a prendere il latte, a nutrirsi. La madre si comporta come un direttore d’orchestra che aggiunge, quando il pubblico comincia ad annoiarsi un po’, prima i clarinetti e poi le percussioni.

Pensate a Beethoven, alla capacità che ha di creare innumerevoli variazioni: la madre fa esattamente la stessa cosa: sceglie una melodia che riprende man mano con diversi strumenti in un crescendo di intensità. In questo modo riesce ad evitare ciò che chiamiamo l’ “abituazione” e a mantenere invece sempre attiva la regolazione del neonato.

Possiamo naturalmente domandarci se la madre sia veramente il direttore d’orchestra o se invece non sia il neonato colui che dirige la relazione tra i due: la madre infatti segue e adatta le proprie scelte alle azioni del neonato, osserva la tonicità, lo sguardo, il modo di succhiare del bambino e, a seconda di ciò che vede, opera una sorta di aggiustamento al proprio comportamento.

Ciò che è estremamente interessante è che tutte le decisioni che la madre prende (una ogni 9 secondi circa), sono il risultato di una riflessione su chi è lei, e su ciò che lei vuole dal proprio bimbo.

Prendiamo per esempio una madre con un carattere alquanto intrusivo, che ha tendenza a controllare, a dirigere. Questa madre tenderà a prendere molte decisioni anche senza “consultare” il proprio bebè. Se questi vuole giocare mentre lei vuole che continui a succhiare, lo forzerà aggiungendo una gran quantità di stimolazioni fino ad arrivare rapidamente ad una situazione di “sovra-stimolazione”. La scelta di “iper-controllare” o di “ipo-controllare” è il risultato di tante piccole decisioni, di tante piccole manovre che regolano l’interazione tra madre e bambino nell’arco di pochi secondi.

E’ proprio in questa fase che si formano le cosiddette “impressioni cliniche” della madre e le rappresentazioni del bambino riguardo a ciò che significa essere con la propria madre. Il neonato ha la capacità di creare gli schemi e le rappresentazioni mentali di ciò che succede (quali sono le sequenze e la maniera di agire) in una certa situazione come per esempio quella dell’allattamento. Non si tratta dunque solamente di regolazione, ma di una vera e propria strutturazione della psiche della madre e della psiche del bambino nell’apprendere ad interagire con un’altra persona.

Le attuali teorie psicologico/psicanalitiche sostengono l’importanza delle fantasie della madre, ma, nel caso dell’allattamento, per esempio, si limitano a considerarlo come una gratificazione orale, certo molto importante, ma niente di più. Secondo il mio punto di vista invece, secondo il punto di viste della regolazione, l’allattamento rappresenta qualche cosa di ben più complesso e importante: si tratta di un momento fondamentale nella vita del neonato in quanto questi mette in pratica la vita stessa e il fatto di bere, di nutrirsi, di succhiare è in realtà un pretesto per poter essere con la propria madre, per imparare a regolarsi insieme.

Ecco dunque perché quando sento dire che la cosa più importante nei primi mesi di vita di un neonato è rappresentata dal bisogno di una gratificazione orale, mi chiedo se si è mai stati capaci di osservare veramente ciò che succede durante l’allattamento ! Diversi esponenti del mondo della psicanalisi hanno criticato quanto ho appena detto, ma vorrei ricordarvi che né Freud, né Melanie Klein (e con loro la maggior parte degli psicanalisti) hanno mai osservato i bambini di quell’età. Klein, per esempio, ha cominciato con bambini a partire dal primo anno di vita. Mi sembra importante ricordarlo in quanto bisogna sempre tener presente la differenza tra le teorie, astratte, e la realtà, concreta, osservata giorno dopo giorno.

Ritorniamo all’allattamento. Alla fine della poppata ci troviamo di fronte a due tipi di regolazione paralleli: quella della fame del neonato e quella del sonno che arriva. In questa terza fase la madre interrompe tutte le stimolazioni, dirette e forti, e ne elabora altre, molto più delicate. E’ un momento straordinario. La madre prende la mano sinistra del bimbo e comincia a giocherellare delicatamente con le sue dita: si tratta di una stimolazione (molto “soft”, rilassante) che permette di regolare l’interruzione dell’attività del neonato e il lento scivolare nel sonno.

 La madre è in grado di dosare l’intensità e il ritmo di questa stimolazione fino a quando il bambino si addormenta. Una vera e propria coreografia incredibilmente complicata e sofisticata ed estremamente affascinante.


Esogestazione

Esogestazione di L. Braibanti

Il feto-bambino è un essere ‘ambiguo’, insituabile: prima e dopo il parto non si ha più a che fare con la medesima ‘cosa’, ma non si tratta ovviamente di una ‘cosa’ che abbia perduto la propria unicità e continuità. Questo paradosso è confermato dal fatto che non abbiamo nomi generali per indicare la totalità della vita, dentro e fuori dall’utero materno. Ciò si spiega forse con il disagio delle culture di fronte ad una così radicale frantumazione dell’esistenza che solo la morte sembra pareggiare.

 Ma proprio per la nascita e il suo trauma inducono a una attenzione significativa verso questo essere vivente e i suoi bisogni. Non solo va tutelato nel suo diritto alla vita, ma gli va riservata tutta l’attenzione e l’amore che lo portino a superare l’esperienza totale di solitudine, angoscia e dolore.

Il feto-neonato è protagonista di una vicenda in cui predomina il senso di abbandono e di lacerazione dell’esistenza, che può lasciare a lungo segni profondi e che non può essere sottovalutata solo per il fatto che egli non sa esprimersi in modi riconoscibili. Il dolore del feto-neonato non può essere raccontato e quindi semplicemente lo si nega. Tuttavia l’operatore deve riuscire a rappresentarsi questa lacerazione profonda, a riscoprirla nel proprio intimo, costruendo su di essa un rapporto empatico ed affettivo assai intenso.

Ma soprattutto deve fare in modo che chi nella situazione è più ‘esperto’, cioè la madre, possa esercitare nei confronti del piccolo un’azione di riparazione affettiva, ripristinando e restaurando con altri mezzi il legame che la nascita ha così traumaticamente turbato.

Esaurita la gestazione endouterina, il neonato umano si trova in una condizione alquanto diversa rispetto a quella della maggior parte degli animali, in parte assimilabile alle specie nidicole con prole inetta. Nei gradini della scala zoologica più prossima alla specie umana i piccoli presentano alla nascita un grado maggiore di autonomia e, conseguentemente, minore necessità di cure parentali. Il neonato umano invece si trova in uno stato di relativa impotenza e, come sostiene Hartmann, la ridotta gamma degli istinti lo costringe ad una dipendenza pressochè totale nei confronti dei genitori e, in generale, dell’ambiente circostante.

Questo stato evolutivo è messo in relazione, da parte degli antropologi, al peculiare sviluppo del sistema nervoso centrale e al conseguente ingrossamento della capacità cranica. La selezione naturale avrebbe via via favorito la nascita di piccoli ‘prematuri’, con una dimensione della testa e uno sviluppo cerebrale incompleto, rispetto a piccoli più maturi ma che avrebbero potuto essere partoriti solo con gravi difficoltà, a causa dell’abnorme grandezza cranica rispetto a quella del canale del parto. Da ciò deriverebbe il fatto che una parte significativa di ciò che poteva considerarsi l’accrescimento endouterino si trova invece ad avvenire dopo la nascita, restando il bambino nelle prime settimane in gran parte disadattato alla sopravvivenza sia sotto il profilo dell’adattamento motorio sia dal punto di vista dell’adattamento cognitivo e sociale.

Questa ipotesi giustifica la considerazione dei primi mesi di vita come periodo di ‘esogestazione’, di completamento esterno della gestazione endouterina. Tale interpretazione è sostenuta anche dalla comparazione del rapporto gestazione/accrescimento nelle varie specie, che nell’uomo tocca un livello estremamente basso. Ciò nonostante non si deve enfatizzare eccessivamente il carattere passivo e impotente della presenza del neonato nella scena delle prime relazioni sociali.

A partire dagli anni Settanta si è affermata una posizione più pertinente che, senza mettere in discussione l’indispensabilità per il neonato di un ambiente sociale ricco e di cure parentali adeguate, ha peraltro messo in luce una competenza precoce del bambino rispetto a quello stesso ambiente sociale e alle cure parentali, che ne fanno un protagonista attivo, in grado di indirizzare il corso dell’interazione con gli adulti e, in parte, di anticiparlo intenzionalmente. Il neonato, insomma, non sarebbe affatto privo di proprie strategie di adattamento ma, piuttosto, queste strategie sarebbero specializzate per il contesto sociale entro cui la specie ha ‘scelto’ di collocare l’esperienza delle prime fasi di sviluppo.

(…) Più in generale, la tendenza a considerare e a giudicare separatamente madre e bambino, al di fuori del contesto relazionale, conduce ad una serie impressionante di errori, sia sul piano teorico che su quello pratico, errori fortunatamente superabili proprio per la forza che l’equilibrio dinamico della relazione esercita sullo sviluppo di entrambi. Né va sottovalutato il fatto che i primi mesi di vita rappresentano, come già gravidanza e parto, un momento di sviluppo della personalità materna, sviluppo che va posto in continuità con le fasi precedenti, ma sul quale esercita ora una potente azione il bambino come agente della socializzazione materna.

Anche in questo senso si può dire che il bambino ‘costruisce’ l’ambiente del proprio sviluppo, mentre l’ambiente contribuisce a favorirne la crescita. L’intercambiabilità dei ruoli materno e infantile quali agenti-oggetto di socializzazione è una caratteristica estremamente importante dell’evoluzione della nostra specie. Qui torniamo allora alla considerazione unitaria della gestazione, del parto, dell’esogestazione, evento di estrema rilevanza nella vita della persona, al quale occorre attribuire un’attenzione non divisa, ma costantemente focalizzata su ciò che avviene ‘dentro’ i protagonisti diretti.

 Contemporaneamente si lasci ad essi spazio per vivere questa esperienza da protagonisti nella pienezza dell’esistenza, cercando di rimuovere gli ostacoli che si frappongono fra l’individuo, il suo ambiente sociale e questa fondamentale esigenza.

Tratto da “Parto e nascita senza violenza”


L’ interazione tra madre e bambino

L’ interazione tra madre e bambino di M. H. Klaus

Noi 25-30 anni fa abbiamo fatto un enorme errore nel separare la madre dal figlio. Sono 2.000.000 di anni che come primati ci troviamo su questo pianeta e da 200.000 anni i nostri geni non hanno più subito mutazioni; questo è l’homo sapiens.

 L’agricoltura è comparsa solo 10.000 anni fa; abbiamo cominciato soltanto 10.000 anni fa a mettere da parte il grano per l’inverno. Cosa succedeva nel lungo periodo prima di imparare a mettere da parte il grano? Cosa succedeva alla madre nel caso di una carestia, di una siccità, quando non c’era cibo?

Quando il bambino succhia il capezzolo della madre stimola un nervo e lo stimolo va al midollo spinale, in una seconda fase dal midollo spinale va al cervello attivando la produzione di oxitocina; nella fase tre, l’oxitocina passa nell’ipofisi posteriore arrivando come fase quattro al nucleo motorio vagale provocando la secrezione nell’intestino di 19 diversi ormoni. Ci sono dei piccoli villi intestinali che si sviluppano grazie a questa stimolazione; questi villi, che si sviluppano nella donna il cui capezzolo è stimolato, permettono alla madre di assorbire un 50% in più di nutrimento. Prima della scoperta dell’agricoltura, durante la siccità, durante le carestie, noi tutti abbiamo potuto sopravvivere grazie a questo rapporto della madre con il figlio.

Ognuno di noi ha questo meccanismo che è possibile stimolare. Nel bambino il meccanismo si trova nella parte interna della guancia; il capezzolo nella bocca, stimolando la guancia interna, fa partire lo stimolo che arrivando al cervello, fa produrre l’oxitocina e questa scendendo al tratto gastrointestinale attiva una serie di ormoni come l’insulina, la gastrina, la colecistitonina; questo stimolo attiva la crescita dei villi, aumenta la capacità assorbente dell’intestino e induce la motilità intestinale. Ecco come ce la siamo cavata per quei 200.000 anni in cui non avevamo ancora imparato a mettere da parte i viveri. (…)

Se infondete l’oxitocina al cervello avete quattro effetti: il primo è l’euforia, il secondo un po’ di sonnolenza (e tanto maggiore sarà l’effetto dell’oxitocina tanto più sarete sonnolenti); il terzo effetto importantissimo agisce sulla soglia del dolore (sentite cioè molto meno il dolore); il quarto effetto riguarda l’amore, la madre che produce oxitocina si sente assonnata ma allo stesso tempo sente un affetto maggiore per il figlio, come se si accendesse d’amore per lui. Anche nel mondo adulto esiste questo ormone: nel rapporto di coppia durante l’orgasmo si produce oxitocina.

 Questo ormone è presente quindi sia nel rapporto madre figlio che nel rapporto di coppia. Vediamo quindi attivarsi una serie di legami attraverso questi contatti tra la madre e il bambino, ma non si tratta solo dell’azione dell’ormone, si tratta dell’attivazione di un tipo di affetto: tutto avviene attraverso gli sguardi, le carezze, il tocco e nel giro di un’ora dopo il parto la madre sviluppa anche la capacità di riconoscere l’odore del figlio, e se è stata almeno un’ora con il bambino riesce a riconoscerlo più facilmente attraverso l’odore che attraverso una fotografia.

 Lo stesso vale per l’adozione, lo stesso concetto viene applicato anche nel rapporto della madre adottiva con il figlio. Quindi nel momento in cui la madre comincia a massaggiare il figlio attiva questo processo e stimola questo ormone. Lo stesso vale per la madre quando è lei ad essere massaggiata; come quando avete un dolore al braccio e venite massaggiati, vi sentite rilassati, più contenti e più vicini alla persona che vi ha fatto il massaggio. (…)

Probabilmente avete già visto un bambino che si arrampica sulla pancia della madre fino al seno. Ha soltanto dieci minuti di vita, è stato appena asciugato ed è già sul seno. Subito dopo la nascita la madre guarda il figlio e quando marito e moglie sono in privato (quando sono da soli) toccano il bambino, per i primi due o tre minuti, sulle braccia e sulle gambe. Se voi poi entrate, vedete che interrompono perché è una questione privata questa del toccarsi. In questi due o tre minuti cominciano anche ad accarezzare, a massaggiare il viso con il palmo della mano. Questo processo di amore che passa dalla madre al figlio è come se attivasse una serie di interuttori che si accendono uno dopo l’altro.

 Il bambino si trova nel famoso stato quattro, cioè nella situazione di veglia tranquilla; pensate ai suoi bei tratti, le guancette, la fronte, gli occhi aperti, se vedete un bambino così, entrando in un negozio, vi viene subito voglia di carezzarlo.

Questo succede già a sei minuti. Cosa facevamo noi pediatri 20 anni fa? Noi 20 anni fa avremmo preso il bambino, l’avremmo allontanato dalla madre, l’avremmo lavato, avremmo fatto l’iniezione di vitamina k, avremmo messo delle gocce oculari e, come dice un mio collega, l’avremmo fatto passare attraverso il ‘lavaauto’; ma dobbiamo finire di fare queste cose! Invece cosa dobbiamo fare? Intanto asciugare il bambino appena nato, controllare che non sia cianotico, e poi metterlo sul ventre della madre e per la prima ora di vita il rapporto deve essere madre-figlio-padre senza nessun altro. (…)

Ricerche compiute a Stoccolma hanno evidenziato che la temperatura cutanea del neonato a termine dopo il parto aumenta più velocemente col contatto pelle a pelle con la madre (o con il padre), piuttosto che attraverso l’incubatrice. Sembra proprio che la madre sia stata costruita anche per tenere caldo il bambino. Altri studi svedesi hanno misurato il pianto del neonato nei 90 minuti dopo il parto evidenziando che i neonati separati dalla madre piangono molto (da 1 a 40 secondi ogni 5 minuti), mentre quelli tenuti sul torace della madre risultano molto più tranquilli. (…)

Subito dopo la nascita il neonato ha bisogno di pensare di essere ancora nel grembo materno e deve continuare a sentire la voce della madre (che lui ricorda benissimo), e ovviamente vorrà sentire la voce della madre piuttosto che la voce di un estraneo. Sul seno se ne sta lì, al caldo, e mentre succhia riconosce l’odore del liquido amniotico, perchè c’è una sostanza sul capezzolo che gli fa ricordare l’odore del liquido amniotico, e a lui piace moltissimo questo odore. (…)

Col parto si realizza il periodo sensibile della vita della madre. Winnicott ha chiamato questo periodo preoccupazione materna primaria, e non si può capire il rapporto madre-figlio senza entrare dentro questa fase della preoccupazione materna primaria. La madre è in grado di entrare nella mente del bambino, mettersi nei suoi panni e capirne quindi i bisogni. Quanta più attenzione voi riuscite a prestare a queste madri, tanto più le aiutate in questo periodo sensibile.

E quanta più attenzione voi trasmetterete alla madre, tanta più attenzione la madre trasmetterà al figlio; quindi la ‘care’ che voi date alla madre diventa la ‘care’ che lei trasmetterà al figlio. In questo periodo della vita il cervello della madre si apre e lei si costruisce una nuova immagine di se stessa, ma il cervello dopo 9-10 giorni si richiude, quindi è molto importante che voi, il marito, la nonna, tutti, ci attiviamo per fornire a tutte le madri, nei primi giorni dopo il parto, un’assistenza affettuosa e premurosa.

(liberamente tratto da una conferenza tenuta a Genova il 24.4.1999)


L’esperienza della maternità

L’ esperienza della maternità di Nadia Bruschweiler e Daniel Stern

Molto prima di essere incinta la donna comincia a costruirsi un’immagine, una rappresentazione del bambino e della famiglia che avrà un giorno. A seconda delle sua personalità, del suo modo di essere e della sua esperienza di vita queste rappresentazioni saranno più o meno vaghe o precise. Il processo psichico di preparazione alla maternità comincia, con gradazioni diverse e variabili, già dall’infanzia con i giochi (alla mamma e al papà, alle bambole…), con i transfert materni che si verificano all’interno della famiglia o nella cerchia di amici e conoscenti, con i libri e naturalmente, al giorno d’oggi, con la televisione.

Prendiamo per esempio una bimba che gioca al papà e alla mamma: il “tipo” di papà con cui vuole giocare è ben definito nella sua testa e di solito è quello che ricrea lo scenario che le è più famigliare e lo stesso vale per i maschi.

Il percorso del bebè immaginario comincia dunque nell’infanzia, si sviluppa secondo determinate fasi fino all’età adulta e diventa attivo durante la gravidanza.

In effetti la madre, parallelamente a ciò che avviene fisicamente nell’utero, vive una sorta di “gestazione mentale”: un lavoro psichico tramite il quale prepara la profonda trasformazione della propria identità che influirà sulla sua vita di coppia, sui rapporti con la famiglia di origine, sulla vita professionale e sociale e sul senso che lei stessa ha di sé. In questa fase la donna elabora la propria immagine del futuro bebè, di se stessa come futura madre, del proprio compagno come futuro padre e del trio che diventerà la sua nuova famiglia.

 Cerca di immaginare il ruolo che il futuro bambino avrà all’interno della nuova famiglia e delle rispettive famiglie d’origine. Questo lavoro mentale assai complesso, che potremmo chiamare “genesi della personalità”, può essere considerato la controparte dell’organogenesi che invece rappresenta il lavoro fisico intrapreso dalla donna durante la gravidanza: si potrebbe dunque parlare di due gravidanze, una fisica e l’altra psichica, che evolvono parallelamente e si influenzano vicendevolmente fino al momento della nascita.

Possiamo dire, molto schematicamente, che l’immaginazione della madre oscilla tra due grandi gruppi di rappresentazioni mentali. Da una parte troviamo il bebè “desiderato”, un bimbo o una bimba, con tutte le caratteristiche che potete immaginare: bello, forte, sportivo, affascinante, allegro, vivace, intelligente, dolce, simpatico, …, un bambino che riesce in ciò che la madre avrebbe voluto fare, che ottiene la vita che lei avrebbe voluto avere. Tutto ciò dipende naturalmente dalle esperienze personali della madre e dalla sua immaginazione.

 Dall’altra parte, invece, troviamo il bebè “temuto” in cui sono racchiusi alcuni schemi classici, ma anche tutta una serie di elementi personali: pensiamo per esempio alla paura di avere un bambino Down, malformato, debole o semplicemente brutto, un bambino che diventerà violento o alcolizzato come uno dei membri della famiglia o uno dei conoscenti o ancora come una persona che, per qualche ragione, ha influenzato l’esistenza della madre. Naturalmente tutte queste paure non sono presenti nello stesso tempo e con la stessa intensità nella testa di ogni madre: ce ne saranno una o due che saranno predominanti e le altre potranno fare capolino in seguito a determinate associazioni mentali, a incontri particolari, a libri letti, a film visti, a discorsi ascoltati, ecc.

Contemporaneamente alla rappresentazione del proprio bambino, la madre procede nello stesso modo all’analisi del proprio ruolo di madre e si domanda che madre sarà. Per fare ciò pensa alla propria madre, cerca esempi di madri che ammira a cui ispirarsi e altri a cui invece non vuole assolutamente assomigliare. Lo stesso tipo di lavoro mentale riguarda inoltre il padre del bambino, le due famiglie d’origine e tutte le cose della vita che cambieranno con l’arrivo del bambino.

La nascita, proprio perché è un momento di sostanziale disequilibrio nel sistema materno, è dunque un momento propizio per qualsiasi tipo di intervento. E’ proprio in questo momento infatti che il bambino immaginario incontra il bambino reale.
Alla nascita la preoccupazione della sopravvivenza del bambino emerge con forza e passa in primo piano. Appena il bimbo è venuto al mondo, il primo gesto della madre sarà quello di assicurarsi che sia vivo: ha bisogno di appropriarsene a livello animale, di sentire il peso del suo corpicino, di toccare la sua pelle, di controllare il suo tono muscolare, di sentire che sia ben caldo e reattivo, di vedere che sia vivo. Il momento in cui il bebè viene deposto sul ventre o sul petto della madre subito dopo il parto segna questa tappa fondamentale: le madri che non hanno potuto vivere questo momento ne risentono spesso una profonda frustrazione che dura a lungo.

Una volta rassicurata su questo punto, la madre può finalmente dedicarsi all’incontro con questo nuovo membro della famiglia. In questa fase tenta di appropriarsene da un punto di vista umano ricercando, per esempio, le somiglianze fisiche (ha la fronte e gli occhi di suo padre, ma la mia bocca!) o comportamentali (quando ha fame bisogna precipitarsi: esigente come suo padre! oppure: dorme molto, nella famiglia siamo tutti dei gran dormiglioni!). Attraverso queste fasi, la madre si avvicina al bambino appena nato, al proprio bambino, cerca di conoscerlo, si lega a lui. Ma nel momento in cui lo incontra, come persona, la madre si vede costretta ad adattare, almeno in parte, le rappresentazioni prenatali al bambino reale che ha messo al mondo e che ora si trova di fronte a lei.

La madre ha appena scoperto un bimbo o una bimba, il suo peso, la sua lunghezza, il colore dei capelli, comincia ad abituarsi ai tratti del suo viso, alle caratteristiche fisiche, comincia a conoscere i suoi ritmi, a scoprire i tratti del suo carattere e il suo comportamento. E’ a questo punto che si produce nella madre una sorta di integrazione tra i tratti del carattere del bebè che sta scoprendo e l’immagine mentale più o meno cangiante che si era costruita prima di quest’incontro. Ed è a questo punto che diventa fondamentale il ruolo interpretato dalle persone che si trovano attorno alla madre, che siano i membri della famiglia o il personale medico.

 Sin dalla nascita del bambino, infatti, la madre è psicologicamente aperta: ha bisogno di scoprire chi è questo bambino misterioso che per tutto questo tempo si è formato dentro di lei, è alla ricerca di qualunque indizio che le permetta di orientarsi in questa situazione completamente nuova e ciò che viene detto durante i primi giorni dopo il parto si fisserà in maniera più o meno indelebile nella sua mente. Questo primo periodo può influire profondamente sulla relazione che avrà con il bambino e rinforzare una rappresentazione preesistente, sia positiva che negativa.

Quando la donna diventa madre si verificano alcuni cambiamenti psichici molto interessanti che la introducono in una realtà estremamente diversa:

  • L’ interesse della madre si concentra sulle altri madri a discapito degli uomini;
  • La neo-madre si interessa al modo in cui la propria madre (e non il padre) ha vissuto l’esperienza della maternità e della nascita;
  • Ciò che le interessa è la propria madre, non tanto come moglie del padre, quanto piuttosto come madre quando era giovane;
  • Il compagno viene osservato e considerato come padre e non più come uomo e ancora meno come partner: le due pulsioni della sessualità (il sesso e l’aggressione) non scompaiono completamente, ma l’interesse per il sesso si affievolisce progressivamente mentre la cooperazione nella coppia assume un’importanza sempre maggiore;
  • La triade magica (madre-padre-bambino), che rappresentava un elemento tanto importante per la madre durante la gravidanza, viene progressivamente sostituita da un’altra triade (madre-madre della madre-bambino) che riveste un significato psichico ancora più importante per il percorso psichico che la madre deve affrontare. Si tratta di una costellazione triadica completamente diversa che comincia già durante la gravidanza. Vorrei far notare che quando parlo della “madre della madre” non intendo esclusivamente la madre biologica, ma qualsiasi figura materna che si trova vicino alla neo-mamma (la nonna, una zia…)
  • La madre ha una concezione particolare del tempo che è diversa da quella che aveva prima ed elabora un “calendario” completamente personalizzato: il calendario che usiamo di solito si basa su un evento capitale (la nascita di Cristo) mentre la madre ne crea un altro basato su un altro evento capitale (la nascita del primo figlio) che essa integra al primo. Provate a chiedere ad una mamma, per esempio, quando è andata a trovare l’ultima volta suo fratello. Vi risponderà qualche cosa del genere: “E’ stato quando Gianni ha cominciato a camminare, cioè quando aveva un anno. Oggi ne ha quattro, dunque è stato nel … 1997” !

La “costellazione materna” non può essere considerata come una variante di un’organizzazione psichica della donna: pur avendo con questa molte relazioni non ne costituisce infatti né una variante né un completamento, ma è qualcosa di unico, di indipendente e di fondamentale.

Passiamo ora ad analizzare quali sono i compiti e il lavoro che rendono “madre” una donna. Il primo compito della madre appena arrivata a casa consiste nell’assicurare la sopravvivenza del bambino. Si tratta di un momento straordinario e del tutto particolare che mostra come la madre debba ormai essere considerata un qualcosa di diverso rispetto alla donna che era prima. La madre ha paura che il bambino muoia: la prima notte andrà a controllare che respiri, osserverà ogni piccolo movimento del corpicino, farà attenzione ad ogni piccolo rumore…

Sa benissimo che si tratta di una reazione completamente irrazionale, ma non riesce a farne a meno: nessuno potrà dissuaderla dall’alzarsi e andare a controllare svariate volte nella notte (neppure il marito) e se qualcuno cercherà di impedirglielo, lei si farà prendere da una vera e propria crisi di ansia che non passerà finché non avrà controllato che vada tutto bene.

Dopo qualche giorno l’angoscia iniziale si placa, ma la paura resta più o meno manifesta: ogni volta che farà il bagno al bambino avrà paura che scivoli e batta la testa; ogni volta che lo cambierà, avrà paura che il bambino cada dal fasciatoio mentre lei si volta per rispondere al telefono; ogni volta che lo metterà a letto avrà paura che venga soffocato dal cuscino o che il padre lo schiacci…

La madre entra dunque in un mondo fatto di allarmi continui, di paure e di uno stato di vigilanza costante: assicurare la sopravvivenza del bambino e badare a tutti i suoi bisogni costituisce l’unica preoccupazione della madre che agisce come se la pulsione della sopravvivenza avesse cancellato tutte le altre. Non c’è nulla di più importante, non le interessa nient’altro.

A questo punto vi domando: in quale delle varie teorie psicologiche che conosciamo è presente la paura o la pulsione per la sopravvivenza di qualcun altro? Nessuna: la castrazione, l’isolamento, la frammentazione… nessuna può spiegare questo fenomeno, si tratta di un elemento unico e fondamentale che caratterizza la nuova fase della vita di una donna che diventa madre.

In questo primo periodo la madre si pone una domanda fondamentale: “sono un animale competente? Posso assicurare la continuazione della generazione futura come fanno tutti gli altri animali?” Con questa domanda la nuova madre mette in dubbio le proprie capacità di essere madre.

In psichiatria le paure della madre vengono considerate come fattori di un comportamento ambivalente nei confronti del bambino: si ha infatti tendenza a dire che tutte le madri hanno paura poiché quando si ama c’è sempre una certa ambivalenza. Tale ragionamento mi sembra però assai controproducente poiché in realtà le paure della madre sono positive e necessarie in quanto costituiscono un indizio estremamente importante di un tipo di attaccamento corretto.

Durante questa prima fase la madre è soggetta al fenomeno del cosiddetto “overkill”, una strategia che la natura attua in casi di estrema necessità, come per esempio la sopravvivenza del neonato: la madre non dorme abbastanza, vive in uno stato di allerta perenne e tutte le sue energie sono concentrate in questo compito primordiale.

Il secondo compito che rende madre una donna e che fa parte della costellazione materna è rappresentato dall’amore che la madre vuole dare al proprio bambino. Non sembrerebbe, ma si tratta di un compito complicato in quanto il fatto di amare un bambino implica diverse cose: pensiamo di avere tutti la capacità di amare, che il bambino può accettare di essere amato da noi, ma (è questa la cosa più importante) sappiamo come amare qualcuno? Questo bebè, questa persona, diventerà il nostro bambino ed è proprio l’amore e la specificità del nostro amore che faranno di questo bambino il nostro bambino.

 E per tutto ciò è necessario avere una grande fiducia nella propria generosità, nella capacità di amare e nel fatto che qualcun altro possa accettare questo amore. In questa seconda fase la madre si pone un’altra domanda: non si chiede più se è un animale competente, ma se è un essere umano competente. “Sono in grado di amare nel modo giusto?”. Dopo aver realizzato che è riuscita a portare a termine il primo compito e che il bambino è ancora vivo, che prende peso e che sta bene e dopo aver realizzato che può amare questo bambino e che questi può rispondere al suo amore, solo a questo punto, col compimento di questi due compiti, la madre comincia veramente a diventare madre: prima era semplicemente una donna che aveva un bambino.

Il terzo compito è estremamente importante: per quanto possibile, le madri devono riuscire a circondarsi di un gruppo di donne esperte che formino una rete di contatto in grado di sostenerle, incoraggiarle e riconoscerle nel loro ruolo di madri. Si tratta di un fenomeno sempre meno comune nella nostra società, ma estremamente affascinante.

Ogni madre cerca una figura cui fare riferimento che le permette di diventare a sua volta una buona madre. Questa persona (che può essere un membro della famiglia, un elemento della cerchia di amicizie e conoscenze o un prodotto della fantasia) è fondamentale per la madre in quanto la sua presenza le permette di interpretare il proprio ruolo di madre. A questo proposito vorrei raccontarvi la storia di una donna che ho intervistato cinque giorni dopo il parto.

 Alla mia domanda di chi, durante questi primi cinque giorni di vita del bambino, era stata la persona che l’aveva riconosciuta in quanto neo-madre convalidandone il ruolo, la donna ha risposto dicendo che forse poteva sembrare strano, ma che era stata la donna delle pulizie dell’ospedale. Ogni mattina, alle 7, arrivava nella sua stanza una signora di circa 55 anni che veniva a pulire, rifare i letti… Questa donna aveva dei nipotini e ogni giorno si fermava qualche minuto a chiacchierare con la neo-mamma, le dava consigli, le chiedeva notizie del bambino, le chiedeva se il latte era arrivato… Questi cinque minuti di conversazione intima ed esclusiva su ciò che rappresenta il lavoro di madre costituivano per la mia intervistata il momento più importante della giornata.

Questa donna, con le sue parole, riconosceva, avvalorandola, la sua esistenza in quanto neo-madre e la incoraggiava: era la persona che più desiderava vedere. Naturalmente i pediatri, le infermiere, gli psicologi erano molto importanti, ma le sembravano indispensabili solo se si fosse presentato un problema specifico. Anche il marito era fondamentale in quanto rappresentava il legame con il mondo esterno durante la sua assenza temporanea, ma quella donna era per lei la persona più importante.

Storie come questa sono assai comuni. Nelle società dette primitive, tribali, la neo-mamma non viene mai lasciata sola. Ancora oggi, in India, per esempio, la donna che deve partorire si reca dalla madre e dopo il parto è la neo-nonna che si occupa del neonato al posto della figlia: questa è circondata da altre madri che la sostengono e l’aiutano a riconoscersi nella sua nuova identità di madre.

Soltanto quando la madre porta a termine i tre compiti di cui abbiamo parlato (assicurare la sopravvivenza del bambino, trovare una maniera autentica di amarlo e circondarsi di donne più esperte di lei), potrà considerarsi veramente una madre.
A questo punto la neo-madre possiede un vero e proprio “paesaggio mentale” materno, la “costellazione materna” è definitivamente attivata. Per quanto tempo?

 Difficile saperlo: dipende dal carattere della madre. Ci sono madri la cui costellazione materna dura 3-6 mesi, altre che la mantengono per qualche anno e altre ancora per le quali dura tutta la vita …In ogni caso la “costellazione materna” non scompare mai definitivamente: non viene assorbita dall’organizzazione psichica della madre, ma è semplicemente disattivata ed è sempre pronta a riattivarsi non appena la madre abbia l’impressione che il bambino ha bisogno di aiuto. Questo fenomeno può capitare in un qualsiasi momento. Il bambino può avere 10 mesi, 10 anni o 50 anni: quando si ammala o ha grossi problemi (un divorzio, un lutto…), la madre ritorna ad essere madre e la “costellazione materna” si riattiva immediatamente.

Da un intervento tenuto al Convegno ACP di Torino il 25 marzo 2000


La vita psichica prenatale

La vita psichica prenatale: breve rassegna sullo sviluppo psichico del bambino prima della nascita
Di Anna Della Vedova

L’interesse per le fasi della vita che precedono la nascita ha avuto negli ultimi anni grande diffusione; la precocità e compiutezza delle competenze sensoriali e percettive fetali e la complessità delle attività esibite ha portato l’attenzione sull’insieme di esperienze che il bambino vive nel periodo prenatale e su come ciò possa costituire il nucleo fondamentale dell’esperienza psichica ed emozionale dell’individuo, costituendosi come base per lo sviluppo successivo.

Dopo un primo genere di approccio basato su teorie e ricostruzioni soprattutto di stampo psicoanalitico, il grande impulso ricevuto dalle ricerche sulla vita prenatale è stato indubbiamente dovuto all’avvento delle tecniche ad ultrasuoni che hanno consentito l’osservazione in tempo reale dell’attività spontanea fetale e delle sue reazioni alle più diverse stimolazioni.

Studi longitudinali di osservazione su casi singoli tramite ecografia [1, 2] hanno consentito di evidenziare le relazioni tra età gestazionale e le complesse caratteristiche dell’attività fetale. Considerevole, a questo proposito, è il lavoro descrittivo svolto da Ianniruberto e Tajani [3] riguardo l’evoluzione e classificazione dei movimenti fetali durante tutto il corso della gestazione in un esteso campione di soggetti. Studi di impianto prettamente sperimentale hanno, inoltre, consentito di stabilire delle precise relazioni tra l’attività esibita dal feto, il tipo di stimolazione esterna somministrata e l’età gestazionale [4, 5]. Tutto quanto si è potuto sperimentalmente comprovare depone a favore della precoce e attiva presenza di un nucleo esperienziale, emozionale e psichico prenatale e, dunque, della continuità tra vita psichica pre- e postnatale.

Anche l’osservazione dei bambini nati prematuri costituisce una notevole fonte di informazioni sulla vita prenatale. La conoscenza delle caratteristiche evolutive del bambino prematuro ha consentito di datare con maggiore precisione il grado di sviluppo degli organi fetali ed ha obbiettivato la presenza di elaborate capacità percettive e di primitive organizzazioni comportamentali a partire dalla venticinquesima settimana di vita.

L’osservazione del comportamento del bambino prematuro ha messo in evidenza secondo alcuni autori la presenza di una primordiale forma di autorganizzazione: Bottos e Tonin, per esempio, parlano della “…esistenza di una organizzazione in grado di discriminare, attraverso la propria struttura, ciò che è significativo per essa da ciò che non lo è” [6]. Peraltro alcuni studiosi [7], sulla scorta delle competenze psicofisiologiche evidenziate nel feto e delle sue capacità di rispondere anche a stimolazioni intra- ed extrauterine con valenza emotiva, cominciano a parlare di stati dell’Io prenatale: “·durante la gestazione il feto è continuamente interessato da flussi esperienziali che danno consistenza al suo Io; le stimolazioni, le emozioni, il rapporto con il mondo intrauterino ed esterno sono delle forze dinamiche coinvolte nel processo di origine e maturazione psichica”.

In un precedente lavoro [8] è stato preso in esame lo sviluppo del sistema nervoso prenatale e degli apparati sensoriali e percettivi in relazione all’insorgere dell’attività psichica prenatale. Attraverso gli apporti multidisciplinari della neuroanatomia comparata, della psicofisiologia clinica, della psicologia sperimentale unitamente agli studi di tipo osservativo, ecografico e neonatale, è possibile ricostruire un’immagine abbastanza completa del bambino e della sua vita psicoemotiva fin dai primordi.

Questo lavoro si propone di esaminare la pluralità degli studi in questo ambito e descrivere le evidenze sperimentali che rivelano la precoce manifestazione di insospettate attività percettive, motorie, esplorative e comunicative del feto. La presenza della vita psichica fetale, in relazione a quanto si sta scoprendo riguardo allo sviluppo psicoemotivo del bambino in queste fasi precoci, viene considerata parallelamente alla comunicazione gestante-feto e alla formazione del legame madre-bambino prima della nascita; in questo senso il vissuto genitoriale di coppia viene preso in esame specialmente in ambito preventivo.

 Lo sviluppo sensoriale e motorio prenatale.

Nella specie umana la maturazione di tutti gli apparati sensoriali si svolge quasi completamente nell’utero [8, 9, 10]. La sequenza nello sviluppo degli apparati sensoriali prevede che divenga funzionale per primo il sistema della sensibilità cutanea, successivamente il sistema vestibolare, il sistema uditivo e infine il sistema visivo; l’attività motoria spontanea si manifesta a partire dalla sesta settimana di gestazione [3]. La sensibilità cutanea rappresenta dunque evolutivamente il primo canale dell’esperienza e della comunicazione nell’uomo [11]. A otto settimane si evidenzia la prima forma di sensibilità cutanea; progressivamente, ad una ad una, manifestano sensibilità tutte quelle aree che nell’adulto presentano maggior numero e varietà di recettori.

 A trentadue settimane tutto il corpo mostra reazioni agli stimoli tattili. Gli organi gustativi sono maturi alla quattordicesima settimana e si può vedere come il feto aumenti o diminuisca l’inghiottimento del liquido amniotico in relazione alla presenza in questo di sostanze zuccherine o amare. Alla nascita le preferenze gustative sono già molto nette. La più recente scoperta riguarda le capacità olfattive fetali: l’apparato olfattivo si sviluppa tra le undici e le quindici settimane [12, 13] e c’è motivo di pensare che i recettori vengano stimolati dall’aroma delle sostanze presenti nel liquido amniotico visto che è possibile evidenziare nelle prime ore dopo la nascita un riconoscimento degli stimoli olfattivi sperimentati in utero [14]. Ciò spiega, tra l’altro, come i bambini appena nati possano essere attratti dall’odore del latte materno benché non ne abbiano avuto precedente esperienza. Per quanto riguarda l’apparato uditivo, la coclea è già formata a otto settimane e i recettori cominciano a differenziarsi alle dieci settimane [15]. L’ambiente uterino è di per sé ricco di rumori provenienti dai funzionamenti fisiologici del corpo materno ed esercita solo una modesta funzione di schermo rispetto agli stimoli sonori e, un poco più intensa, rispetto a quelli luminosi provenienti dall’esterno.

 Reazioni a stimoli tra i 250 e i 500 Hz, che si manifestano come alterazioni nella frequenza cardiaca e nell’attività motoria, si registrano già a sedici settimane di gestazione, mentre a ventiquattro settimane le capacità del sistema uditivo sono paragonabili a quelle dell’età adulta. Poche settimane dopo è possibile evidenziare sperimentalmente capacità di discriminazione tra stimoli con diverse caratteristiche sonore e risposte di “habituation” sonora [16]. Alla nascita l’apparato visivo è sviluppato a tal punto da consentire la messa a fuoco di oggetti posti davanti al viso del neonato alla distanza di venti centimetri; appena nati i bambini mostrano, peraltro, padronanza di complesse componenti della funzione visiva [17]. Fino alla ventiseiesima settimana di gestazione le palpebre non si dischiudono, ma il feto sembra essere comunque in grado di localizzare gli stimoli visivi anche in precedenza e mostra di reagire con accelerazioni della frequenza cardiaca a fasci di luce proiettati sull’addome materno; nei bambini nati prematuri si rilevano potenziali evocati visivi a trenta settimane e abilità visive alla trentunesima settimana; inoltre l’attenzione visiva testata alle trentaquattro settimane non differisce da quella dei bambini di quaranta settimane [18].

La prima forma di movimento rilevabile all’ecografia è la ritmica attività cardiaca che si evidenzia intorno alle tre settimane di gestazione (molte parti dell’organo cardiaco sono, comunque, ancora in fase di maturazione). A sei settimane è possibile vedere le prime forme di attività motoria [3]: movimenti aggraziati di allungamento e rotazione del capo, delle braccia e delle gambe. A dieci settimane le mani vengono portate al capo, al viso e alla bocca, che presenta già movimenti di apertura, chiusura e inghiottimento. A quindici settimane tutto il repertorio di movimenti che si ritrovano nel feto a termine è presente; si evidenziano movimenti della mandibola, movimenti respiratori e movimenti combinati degli arti dove le mani sono continuamente portate ad interagire con le altre parti del corpo e con il cordone ombelicale.

 L’attività motoria si manifesta inizialmente in forma spontanea come fenomeno endogeno, a carattere ciclico ma contemporaneamente rappresenta l’espressione di caratteristiche soggettive del feto [19]. Dopo le dieci-quindici settimane le variazioni dell’attività motoria fetale evidenziano una forma di reazione a stimolazioni provenienti dal mondo esterno o dal corpo materno. Più avanti nella gestazione il feto comincia ad esplorare l’ambiente uterino: sembra cercare il contatto con la placenta e rispondere a stimolazioni tattili provenienti dall’esterno. E’ importante sottolineare che, in queste fasi, i sistemi sensoriali e percettivi lavorano sinergicamente; ciò si rivela nelle primitive organizzazioni comportamentali e nelle attività esibite dal feto e permette di affermare la presenza di una continuità esperienziale fetale.

L’attività onirica è già riscontrabile alle ventitré settimane, quando si evidenziano chiari segni comportamentali di sonno R.E.M.; nei bambini prematuri di trenta settimane il sonno R.E.M. occupa quasi il 100% del tempo di sonno, diminuendo poi fino al 50%, come è tipico dei bambini a termine [18]. Sembra che i bambini in utero quando sognano esibiscano fenomeni comportamentali simili a quelli degli adulti [20].

Apprendimento e memoria nel feto.

Dagli studi sulla percezione uditiva fetale sono derivate le ipotesi iniziali riguardo alle prime forme di processi cognitivi individuabili a livello prenatale. Si è detto che la capacità di discriminazione tra suoni diversi è già presente a ventisette settimane [16]. Nello stesso periodo compare la risposta di “habituation” [8], che si manifesta come un progressivo decremento della risposta fetale a stimoli sonori identici presentati ripetutamente in un certo intervallo di tempo; per le diverse modalità con le quali si declina questa reazione [21] si può cogliere in essa la presenza di processi cognitivi di tipo attentivo e mnemonico (è bene precisare che quando si parla di processi cognitivi nel feto ci si riferisce a processi di tipo implicito, cioè a quel genere di attività cognitiva che avviene in assenza di coscienza e che è dimostrabile, anche negli adulti, attraverso la rilevazione di variazioni nei parametri psicofisiologici relative alla presenza, o somministrazione sperimentale, di determinate stimolazioni). Il fenomeno di “habituation” è stato molto studiato e, attualmente, gli studiosi sono concordi nel ritenere che in esso si possa riconoscere la primordiale forma di plasticità comportamentale e dunque di apprendimento. Peraltro, studi basati sul condizionamento classico avevano già in precedenza dimostrato le possibilità di apprendimento fetale [22].

Scorrendo la letteratura del settore ci si avvede di come siano stati numerosi gli studi rivolti alle capacità di apprendimento fetale e alla familiarizzazione del bambino con determinati stimoli caratteristici dell’esperienza intrauterina. Le reazioni dei bambini, a poche ore dalla nascita, al suono del battito cardiaco dimostrano che questo stimolo è per loro, in assoluto, il preferito tra gli stimoli sonori [23, 24]; essi sono inoltre in grado di discriminare, mostrando un’ulteriore preferenza, il battito cardiaco della propria madre da quello delle mamme degli altri neonati [25].

In esperimenti assai noti Anthony De Casper ha potuto dimostrare come nelle prime ore dopo la nascita i neonati mostrino di riconoscere e preferire la voce della propria madre rispetto a quella di altre donne e rispetto alla voce paterna [8, 26, 27]. E’ evidente che una tale preferenza non può essersi sviluppata nelle poche ore di vita extrauterina trascorse dalla nascita, ma deve essersi stabilita nei periodi precedenti.

Non è stato solo il riconoscimento di stimoli isolati che si è riscontrato nei neonati testati nelle prime ore dopo la nascita: il risultato sorprendente di un ulteriore esperimento di De Casper fu che i neonati possono discriminare tra due diverse favole per bambini e mostrare preferenza per quella che la mamma aveva raccontato loro, tutti i giorni per dieci minuti (secondo la consegna sperimentale), nell’ultimo trimestre di gravidanza [28]. Sembra chiaro, a questo punto, che gli elementi di base del linguaggio siano appresi tramite l’esposizione sonora prenatale, e infatti lo spettrogramma sonoro del pianto dei prematuri di ventisette settimane contiene già le caratteristiche vocali specifiche della voce materna.

 Si è visto inoltre che i neonati dirigono preferibilmente la loro attenzione verso persone che parlano la lingua dei propri genitori piuttosto che verso persone che si rivolgono loro in un’altra lingua. Analogamente, un altro originale esperimento, svolto dal Prof. Hepper dell’Università di Belfast, ha rivelato che un brano musicale udito tutti i giorni negli ultimi tre mesi di gestazione viene riconosciuto dai neonati; infatti, bambini, le cui madri in gravidanza seguivano quotidianamente una nota “soap opera”, mostravano risposte di orientamento attentivo al comparire della colonna sonora della trasmissione stessa [29]. Lo stesso autore ha potuto anche dimostrare che esistono delle differenze sessuali a livello dello sviluppo fetale: le femmine osservate in ecografia mostrano un numero di movimenti della bocca (che coinvolgono gli organi fonoarticolatori) significativamente superiore ai maschi della stessa età gestazionale [30]. Se dall’esame di tutti questi studi compaiono evidenze di riconoscimento e apprendimento fetale rispetto agli stimoli e alle esperienze sperimentate durante il periodo intrauterino, possiamo veramente chiederci quanto il feto entri in comunicazione con la gestante e l’ambiente che circonda la diade e come profondamente ne sia influenzato nel suo sviluppo.

Ancora più strabilianti sono i risultati ottenuti da alcuni studiosi e operatori del settore prenatale, che hanno messo a punto dei programmi di stimolazione fetale e comunicazione tra genitori e nascituro. Di questo settore applicativo si è già parlato estesamente in un precedente lavoro [8]; si tratta di programmi differenziati che utilizzano una stimolazione tattile e uditiva (vocale e musicale) di tipo sistematico per favorire l’utilizzo da parte del feto delle sue abilità sensoriali e percettive. L’idea di base è che incentivare le esperienze sensoriali del feto ne promuova lo sviluppo somatopsichico. Questa ipotesi è sostenuta da studi di derivazione neuroembriologica [8, 9, 33, 34, 35] secondo i quali il sistema nervoso in formazione si avvantaggerebbe molto da una stimolazione appropriata, ricavandone uno sviluppo più ricco e precoce. Rilievi longitudinali su campioni di bambini che hanno partecipato a tali programmi, documentano, di fatto, effetti positivi che si manifestano in una precocità nello sviluppo fisico e psicologico e in una interazione genitore-bambino positiva e ricca [32].

Un fatto sorprendente che si è potuto constatare in diversi casi è che dopo ripetute esperienze il feto è in grado di mostrare una precisa attenzione e responsività nei giochi tattili con i genitori, per esempio rispondendo con un pari numero di calcetti ad un certo numero di piccoli colpi delle dita sull’addome materno, oppure, seguendo con i suoi arti, sulla parete interna dell’utero, il percorso del dito del genitore sull’addome materno. Viene dunque posta particolare enfasi sull’importanza di avviare una precoce comunicazione tra genitori e feto [31, 36], utilizzando, nei momenti quotidiani riservati all’interazione tra i genitori e il bambino in utero, varie modalità comunicative sensoriali e affettive, anche nell’ottica di una promozione della precoce formazione del legame affettivo genitori-bambino.

L’insieme degli studi e delle osservazioni “in vivo” conferma dunque nei fatti la vivace presenza sensoriale, psichica, emozionale del feto fin dalle prime fasi della gravidanza. La spinta interattiva e comunicativa che si può rintracciare nell’ultimo trimestre di gravidanza chiarisce meglio quanto importante sia nello sviluppo somatopsichico fetale l’attenzione e il coinvolgimento affettivo genitoriale. Se si tiene conto di quanto detto fino ad ora, non è più possibile ignorare quanto l’ambiente esterno ed il feto entrino in contatto tra loro direttamente e attraverso lo stretto rapporto feto-gestante (con le sue emozioni e i suoi vissuti influenzati dalla relazione con il partner e i famigliari nonché dal tipo di vita che essa conduce) e quanto, inoltre, le esperienze vissute nel periodo fetale siano influenti e rintracciabili nello sviluppo successivo.

 La comunicazione gestante-feto.

Quando si parla di comunicazione gestante-feto non bisogna dimenticare che, oltre ad avere un legame “speciale” con il bambino, la gestante rappresenta il “medium” di tutti gli elementi dell’ambiente fisico e psicologico che circonda la diade.

Alcuni studi hanno verificato che il feto è influenzato da intensi turbamenti degli stati emotivi materni e manifesta questo restando per alcune ore successive all’evento disturbante in uno stato di agitazione motoria; se la situazione di stress materno persiste nel tempo, l’eccitazione motoria fetale diventa un tratto stabile riflettendosi nel basso peso alla nascita [37]. A livello dell’ambiente, il ruolo maggiormente patogeno verso il benessere del feto sembra sia assunto dalla presenza prolungata di elementi stressanti che comportino una continua minaccia per la sicurezza emotiva della madre, tensioni continue ed imprevedibili sulle quali essa sente di avere poche o nulle possibilità di controllo; a questo proposito particolare peso sembrano avere le tensioni coniugali [38, 39].

 Alla luce di questi elementi riveste dunque notevole importanza il clima emotivo e famigliare in cui gestante e feto sono inseriti. Particolarmente interessante mi pare, quindi, il porre l’attenzione sulla formazione del legame tra il bambino in utero ed i suoi genitori. Si può infatti considerare che la precoce presa di coscienza della presenza del bambino come individuo da parte dei genitori possa agire sui vissuti e sulle rappresentazioni che essi hanno di se stessi nel nuovo ruolo genitoriale e sulle fantasie rispetto al bambino in arrivo. Questa sorta di mobilizzazione interiore nei genitori può predisporre un’area di evoluzione verso nuovi ruoli ed equilibri nell’assetto famigliare, e favorire il crearsi di uno spazio psichico di attesa e di accoglimento per il nascituro, con ampia ricaduta sul piano della promozione di uno sviluppo psicoemotivo equilibrato del bambino stesso.

Relativamente ai vissuti della gestante ed alla influenza che possono esercitare sul benessere fetale attraverso la comunicazione primitiva che avviene nel “dialogo” gestante-feto, l’atteggiamento della gestante verso la gravidanza è risultato essere in relazione con caratteristiche di personalità del bambino. Uno studio longitudinale svolto su 163 donne in gravidanza e, successivamente, sui loro bambini ha rilevato che la non accettazione della gravidanza e del feto da parte della madre correla con un comportamento di tipo deviante o patologico nei bambini [40, 41, 42]. Anche l’atteggiamento paterno non accettante si è visto interferire nel vissuto materno rispetto al feto e alla gravidanza stessa [43, 44]. Alcuni studiosi ritengono che il feto sia il depositario delle emozioni materne e che i soggetti caratterizzati da una solida fiducia di base e da buona autostima abbiano potuto percepirsi fin dai primordi della vita psichica come individui desiderati e amati [45].

Se, alla luce di questi vari contributi, è possibile dimostrare l’esistenza di un mondo psichico ed emotivo fetale e la presenza di un legame madre bambino prenatale, molte riflessioni possono essere fatte. In particolare, riguardo alle vicissitudini dello sviluppo psichico sano e patologico, mi sembra importante considerare l’influenza che queste fasi così arcaiche del funzionamento mentale, la cui caratteristica è quella di essere per eccellenza un funzionamento “psicosomatico” dominato e determinato da una sensorialità intensa e totalizzante, possono continuare ad esercitare nello sviluppo successivo dell’individuo e il ruolo che possono rivestire nella genesi della psicopatologia .

Da questo punto di vista i vissuti relativi alle esperienze intrauterine e all’investimento emotivo delle stesse, costituiti secondo le leggi dell’inconscio e del soma, si pongono come la base più antica e profonda nella formazione del sé.

Anna Della Vedova insegna Psicologia Clinica presso l’Università di Brescia


Primi passi nell’esercizio della genitorialità

Primi passi nell’esercizio della genitorialità di Elisabetta Musi

L’opportunità di garantirsi, come coppia, un tempo quieto e il più possibile incondizionato, in cui ascoltare, osservare, registrare le sfocature date dal cambiamento in atto, consente di dipanare pazientemente il groviglio di vissuti e abbozzare insieme le prime pratiche di cura per la crescita del figlio. Può consentire addirittura di ripercorrere i passaggi cruciali dell’esperienza compiuta scorgendovi le prime tracce di insegnamenti e apprendimenti da mettere in atto nella relazione educativa verso di sé come genitori e verso il figlio.

Ad esempio la segretezza che avvolge il concepimento insegna a farsi custodi di quanto non può essere totalmente riversato sul figlio. Quanta apprensione si impadronisce di una famiglia lungo il percorso di crescita di un bambino, di un adolescente, di un giovane. E tuttavia compito dei genitori è imparare a tenere timori e preoccupazioni per sé, per evitare di trasmettere insicurezza e sfiducia, comunicando solo ciò che serve per dare vita a un atteggiamento di prudenza e ponderatezza nell’affrontare la vita.

Un’altra sapienza pedagogica che questo primo silenzio pieno porta con sé è l’avvertenza che nel rapporto col figlio, molta parte di quanto accade sfugge al controllo, ad ogni pretesa di prevedibilità e di pianificazione. Per quanto l’agire educativo di un genitore non possa che essere intenzionale, mosso da un fine, teso a perseguire un risultato visibile e verificabile nel comportamento del figlio, non esiste una correlazione governabile tra “la semina e il raccolto”, almeno non rigorosamente secondo i modi auspicati e attesi dal genitore.

Restando nella suggestione della metafora: sebbene una buona semina consegua nella maggior parte dei casi un buon raccolto, è solo un atteggiamento di umile attesa e luminosa speranza che sostiene e attraversa il tempo incerto e buio precedente la visione appagante dei frutti. La convinzione di aver seminato bene non porta ad un raccolto nei modi in cui lo si immagina e desidera. Per questo non resta che la speranza.

Mal posta è dunque la pretesa di chi stabilisce un nesso di matematica consequenzialità tra quanto immette nella relazione educativa e ciò che si attende di constatare in seguito: in realtà la riuscita di una relazione educativa è sempre avvolta da quell’imponderabile (e indecifrabile, destinato a rimanere quindi segreto) che mantiene umili le parti, mette al riparo l’evento da facili manipolazioni e impedisce all’educazione di essere ridotta a ricette riproducibili e di immediato consumo.

La pazienza che contraddistingue l’attesa deve continuare a caratterizzare lo stile educativo genitoriale ben oltre l’infanzia del figlio, per consentire a quest’ultimo scoperte proprie e tollerabili frustrazioni, senza diventare accondiscendenza acritica, giustificazione aprioristica e assenza di regole.

La pazienza sa transigere senza eccedere, sa perdonare per riaprire canali di comprensione, sa attendere senza sospendere l’espansione d’amore. Implica la disponibilità di andare incontro all’altro là dove si trova, concedendogli nuove opportunità di cambiamento. È dunque anzitutto esercizio perseverante di ammorbidimento di sé, più che ostentata bonarietà verso l’altro.

Prima di essere virtù a beneficio degli altri, infatti, la pazienza deve essere coltivata per sé, per essere fonte generosa di umanità nella relazione, incessante ricerca nell’imparare ad amare l’altro per quello che è, non per ciò che si desidera, si era immaginato, sognato che fosse.

S. Ruddick ne Il pensiero materno , tutte le madri del mondo sono madri adottive, poiché completano il lavoro del dare alla vita, accogliendo il figlio che nasce, e poi l’adolescente, il giovane… la persona che diventa. Questo vale anche per i padri: avere pazienza con sé stessi è accogliere la differenza del figlio, il suo diritto a scelte via via più autonome e forse distanti, incomprensibili, senza per questo sentirsi rinnegati o traditi. È continuare ad alimentare la fiducia nel figlio non in virtù di quello che fa e dei riscontri che dà, ma di ciò che è e che sempre più autonomamente diviene.

Le trasformazioni di cui il corpo materno è sintesi e icona, annunciano che il cambiamento è vita.

Uno dei passaggi più evidenti e spesso più critici che precede la nascita è la plasticità di un corpo che generosamente si allarga fino a perdere, spesso, molta parte dell’originaria sembianza. La pesante sensazione – di goffaggine nella percezione di sé e di impaccio nei movimenti – che vive il corpo materno nel suo repentino modificarsi, è controbilanciata dalla più potente consapevolezza di essere impegnato in qualcosa di grande. E’ possibile scorgervi un’armonia che non è quella dell’estetica imperante, ma che proviene dal guardare l’apparenza cogliendovi altro, dall’intuire una porzione di universo che progressivamente prende forma e occupa spazio sotto la pelle tesa.

Allo stesso modo la relazione educativa è esperienza di continua scoperta di armonie ricercate, non immediatamente evidenti. Saper leggere oltre le apparenti distorsioni, contraddizioni, ambivalenze della realtà è un’arte che si conquista nel tempo, attraverso un esercizio senza posa e che si annuncia già dal concepimento come un compito da assumere.

I saperi che permettono di scorgere quanto accade oltre l’apparenza non si apprendono attraverso la trasmissione di contenuti proposti da altri, ma elaborati a partire da sé. Il guadagno legato a questa dedizione è la capacità di sintonizzarsi e percepire la progressiva espansione dell’Io che avviene nel profondo della propria interiorità e soprattutto nel contemporaneo divenire dell’altro.

È un percorso che porta a un progressivo ampliamento dei propri confini, che può subire arresti e regressioni ma non vuoti di esistenza. Istruire lo sguardo a cogliere la bellezza di un corpo che si trasforma – a volte persino in modo irreversibile, ma che proprio in quell’irreversibilità fissa la memoria di un evento grandioso – è immettersi in quella pedagogia della bellezza che nasce dalla capacità di attribuire significati da coltivare, piuttosto che omologarsi ai canoni di un bello predefinito, anonimo e universale, in cui tutte le personalizzazioni della ricerca alla fine si spengono e vanno a morire.

La fecondità del sacrificio che scandisce il patire del travaglio e del parto insegna che ogni conquista non è mai esente da piccole grandi rinunce e fatiche, insegna che dopo aver dato la vita è necessario iniziare a farsi lentamente da parte affinché il figlio possa trovare gradualmente il suo spazio. L’amore autentico non si risparmia davanti alla fatica e al sacrificio, ha una forza propria capace di trasformare, e ogni trasformazione è sempre un po’ dolorosa.

Ritrarsi progressivamente dalla vita del figlio è sottrarsi alla tentazione che questi sia inteso come la proiezione del genitore (cosa che costringe il figlio ad assumere il desiderio dell’altro, del padre o della madre, non il proprio). Ciò che contrasta questa tentazione è la «tensione etica del decentramento». Si tratta di una condizione «che si sperimenta tante volte nella maternità: rispondere alla chiamata del pianto, rispondere al bisogno, rispondere al desiderio…, rispondere vuol dire decentrarsi, vuol dire mettersi in cammino. In questo decentramento c’è l’anima vera della responsabilità-genitorialità e c’è il momento che fa della genitorialità autentica un seme di profezia (…). La responsabilità, che è funzione del potere, converte questo potere liberandolo dal possesso e facendolo divenire servizio».

Nel sostenersi reciprocamente in questo compito, i genitori attuano il momento fondamentale dell’educare, che consiste nel portare continuamente alla luce. Esattamente come avviene per la madre durante il travaglio e il parto, l’agire educativo si esplica nel doppio movimento di accompagnare e lasciare andare. Mettere al mondo un figlio significa sostenerlo nei suoi passi incerti, ma anche arrivare a lasciargli la mano affinché possa sperimentare la propria autonomia, significa accompagnarlo sulla soglia delle esperienze sapendo che gli apprendimenti della vita avvengono solo per via diretta, significa adoperarsi a tal punto per la sua crescita e il suo nutrimento da offrirsi come alimento, per poi ritirarsi e svezzarlo.

E proprio il darsi in nutrimento al figlio nell’allattamento rappresenta per i genitori il primo emblematico esempio di come il dono di sé dia origine ad uno scambio vitale – di sguardi, complicità, gratificazioni, sorrisi… già presenti nell’allattamento – che trova nella comunicazione la sua continuità educativa. Mantenere aperto il dialogo e il confronto, l’accoglienza non giudicante e l’ascolto reciproco nella relazione educativa fa sì che i genitori si confermino quale fonte di nutrimento emotivo e simbolico nello sviluppo successivo del figlio, attivi promotori di un’interazione che cresce e che, pur nel modificarsi delle parti, ha la possibilità di continuare a realizzarsi per tutta la vita.

Tratto dal capitolo 9 di ‘Concepire la nascita. L’esperienza generativa in prospettiva pedagogica’
di Elisabetta Musi, 2007 Franco Angeli -Per gentile concessione dell’autore.