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Neonato, lattante, bambino, minore, infanzia

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Neonato, lattante, bambino, minore, infanzia

Neonato. Nato-nuovo. E’ un pleonastico, perché chi nasce non può essere vecchio, chi nasce non può che essere nuovo. Basterebbe dire: ‘nato’. Cioè colui che non era e ora è. Il nato non sa di essere nato, non sa ancora cosa significa essere o non essere. Sono coloro che possono chiamarlo ‘nato’ a definirne l’esistenza, sono gli altri a dargli significato. L’alterità dunque nasce prima di noi, ci definisce e ci dà un senso. Solo in seguito nasciamo veramente. Arriva il giorno in cui impariamo a dire ‘io’ e a pensare ‘io sono’. A quel punto siamo nati una seconda volta (oppure siamo nati veramente). Forse siamo neo-nati ogni giorno, ogni mattina della nostra esistenza. Forse non nasciamo una volta per tutte, e il giorno che veniamo al mondo è solo l’inizio delle nostre numerose nascite.

Lattante. E’ colui che mangia solo latte, nell’unico periodo della vita nel quale viviamo con una ‘monodieta’, con un solo alimento. In seguito diventiamo onnivori (o quasi), ma per ora nel latte troviamo tutto ciò che ci serve. Questa dieta esclusiva non riguarda solo l’acqua, i sali, le proteine, i grassi e i carboidrati, in questa dieta troviamo anche nutrimento e sazietà per la vista, guardando negli occhi chi ci sfama; troviamo nutrimento per l’udito, ascoltando la voce chi ci tiene (e se resta in silenzio riusciamo ad ascoltarne il respiro e il battito del cuore); mentre mangiamo gustiamo, annusiamo, tocchiamo. Siamo tenuti e trattenuti, sostenuti e voluti. E’ un piacere indescrivibile. Ci sentiamo veramente vivi e non ci manca nulla. Il tempo si ferma e non ci interessa ciò che è stato né ciò che sarà. Mente e corpo coincidono. Siamo vita allo stato puro, come mai forse ci capiterà di essere.

Bambino. E’ il diminutivo di ‘bambo’, parola onomatopeica legata alle consonanti labiali B e M, le prime che impariamo a pronunciare. Ma ‘bambo’ è anche la forma arcaica di ‘babbeo’. Il bambino sarebbe dunque uno ‘sciocchino’, perché rispetto all’adulto presenterebbe scarsa capacità cognitiva. Gli studi di neuroscienze e di psicologia perinatale ci informano che il bambino piccolo ha un’intelligenza diversa da quella dell’adulto. Mentre quest’ultimo presenta competenze logico-matematiche e di pensiero astratto, il bambino dei primi anni pensa ‘per emozione e sentimento’, e utilizza zone del cervello molto sensibili, creative, empatiche. I bambini dunque non sono immaturi, utilizzano semplicemente le risorse neurologiche più adatte alla fase di vita che stanno attraversando. Dovremmo smetterla di giudicare i bambini utilizzando i modelli e le categorie degli adulti, anzi forse dovremmo smetterla di giudicare i bambini (e preoccuparci invece di sapere cosa pensano loro di noi).

Minore. E’ in rapporto al ‘maggiore’, cioè all’adulto. E’ solo una questione di unità di misura, e soltanto perché è l’adulto a dare le definizioni (che produce a suo comodo e a suo vantaggio). Se sono minore è perché non sono ancora divenuto maggiore, non per questo però sono incompleto e mi manca qualcosa. Sono minore e dunque sono più vicino al terreno, e questo mi dona concretezza. Sono minore è riesco a vedere i fiori negli occhi, e tutto quanto è alla mia altezza è anche mio amico. Per questo ho bisogno che tu mi prenda in braccio, altrimenti io e te siamo così lontani da non poter essere amici. Sono minore e dunque sono libero senza bisogno di compensare la mia libertà con la responsabilità; infatti non riesco a prendere decisioni da solo (anche se conosco esattamente cosa voglio e cosa mi serve). Io, fin quando posso, preferisco essere minore. Se tu sei maggiore, peggio per te.

Infanzia. Dal latino ‘senza voce’. Colui che è muto. In realtà non parla, ma è ben capace di esprimersi. Infatti riesce a tenere sveglio per tutta la notte un intero condominio. Non è dunque la voce a mancargli. Dal primo respiro uscendo dal corpo materno urla con vigore e determinazione. Il suo primo vagito non si era mai udito al mondo, tanti altri si erano sentiti, ma il suo ancora mancava. Nasciamo quando la nostra voce si aggiunge ad altre miliardi di voci. Potremmo rappresentare la vita su questo pianeta come un’interminabile serie di voci che corrono una lunga staffetta, dove il più piccolo di noi porta più avanti la voce di chi non c’è più. Quindi l’infanzia non è muta, semplicemente non usa le parole degli adulti. L’infanzia usa il proprio grido, di gioia o di dolore. L’infanzia usa il suono dell’emozione e del sentimento, rimandando a dopo l’uso della parola che esprime ragione e cognizione. L’infanzia è vita concentrata, poche gocce bastano a dare sapore a tutto il resto.

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