Adolescenti e strumenti digitali

Gli adolescenti, internet e gli strumenti digitali

Premessa

Quella di oggi è la prima generazione a possedere un sapere che non le è stato consegnato dalle generazioni precedenti. Nel campo informatico e nell’uso degli strumenti digitali generalmente “i figli insegnano ai genitori e gli allievi sono più competenti dei loro insegnanti”. Questo ribaltamento dei ruoli può produrre difficoltà nei rapporti tra adulti e ragazzi, interferendo in maniera significativa nei processi educativi, soprattutto nella delicata fase dello sviluppo adolescenziale.

Anche la prima infanzia non è esente da rischi e condizionamenti: Miriam di tre anni riceve in mano un coloratissimo librino cartonato e per passare alla pagina successiva striscia l’indice sulla copertina aspettandosi che si realizzi quanto succede sul tablet o sullo smartphone del papà; Giovanni, più o meno alla stessa età, osservando dalla finestra un oggetto lontano, prova ad avvicinarlo ingrandendolo, usando lo stesso movimento di indice e pollice che si applica agli touchscreen. E’ solo un po’ di confusione? Probabilmente, ma occorre comunque mettere ordine e cercare di capire la differenza tra il reale e il virtuale, tra il fisico e il digitale. Dobbiamo ammettere che non tutto è pericoloso e negativo. Babbo Luigi è appena reduce  dall’acquisto del nuovo lettore DVD, ha installato e collegato il tutto, si siede concentrato a leggere le istruzioni per avviare l’apparecchio, ma quando alza gli occhi dal libretto in multilingue si accorge che Paolino, il ‘grande’ dei suoi figli, quello di 6 anni, sta già guardando il suo cartone preferito; bastava un po’ di intuito e qualche piccolo tentativo, per lui il libretto di istruzioni può finire nel cestino.

Questi piccoli aneddoti ci danno un’idea precisa di cosa significhi essere ‘nativi digitali’. Ma le domande che da genitori ci facciamo sono piuttosto complesse e difficili: cosa dobbiamo fare per educare a un uso corretto di questi potenti strumenti? Come restare sul ‘pezzo’ e essere aggiornati ai (troppo) veloci cambiamenti tecnologici? Concedere o vietare? Rimandare il più possibile o iniziare presto per fare esperienza gradualmente?

Non esistono risposte precise e semplici. Però possiamo provare a capire e a riflettere, così da trovare le soluzioni migliori per le diverse tappe di sviluppo dei nostri figli. Anche per gli insegnanti la sfida è notevole, perché il tema coinvolge l’insieme dei tradizionali strumenti didattici e l’intero processo di apprendimento delle nuove generazioni.

I dati

Anche nel nostro Paese sono state condotte diverse indagini, per meglio capire il rapporto che i ragazzi hanno con gli strumenti digitali. Ne citiamo tre particolarmente autorevoli. La prima è quella condotta nel 2014 dalla Società Italiana di Pediatria, che ha coinvolto oltre 2000 ragazzi di terza media. La percentuale di ragazzi che si collega a internet dallo smartphone è arrivata al 93%; il PC fisso o portatile non è quasi più utilizzato. Oltre la metà dei giovani si collega anche dopo cena, 1/3 anche prima di addormentarsi; il 12% si connette appena sveglio (forse chattano anche in sogno!….). WhatsApp ha superato Facebook (il genitore che non conosce questi applicativi ha bisogno urgentemente di un corso intensivo); il 13% dei ragazzi ha dichiarato di aver partecipato a giochi d’azzardo online, il 19% di aver inviato foto e propri dati a persone sconosciute (cioè non conosciute nella realtà, ma solo in rete), il 15% ammette di aver condiviso selfie provocanti.

La seconda indagine dalla quale ricaviamo informazioni è quella condotta nel 2015 da Save the Children su oltre mille ragazzi tra i 12 e i 17 anni. Tra i risultati della ricerca emerge che i ragazzi conoscono bene le regole della privacy, ma non sembrano preoccupati di violarne le norme; il 41% di loro comunica con persone non realmente conosciute e delle quali non possono verificare l’identità; l’impegno per la navigazione in internet e sui diversi social network è molto alto: il 28% di loro partecipa a oltre 10 gruppi di chat (un vero e proprio lavoro!), con un alto investimento di tempo e di energie, che vengono generalmente sottratte ad altre attività come lo studio e lo sport, ma anche a relazioni reali e dirette. Da questa ricerca emerge che i nostri ragazzi utilizzano le tecnologie digitali in forma del tutto autodidatta, in alcuni casi con il semplice aiuto di un coetaneo; ne deriva che l’uso di strumenti come google o come wikipedia è del tutto acritico e passivo, e non basato sulla conoscenza dei meccanismi che ne determinano il funzionamento.

La terza ricerca che citiamo è quella realizzata dalla Polizia Postale nell’ambito del progetto ‘Una Vita da Social’, con interviste a ragazzi/e delle scuole superiori. Il 31% dei campione ha dichiarato di essere sempre connesso e di intervenire tempestivamente quando riceve una notifica; il 26% riferisce di aver ricevuto da amici e conoscenti foto o video in pose sexy; il 30% ammette di aver preso in giro qualcuno postando o condividendo contenuti imbarazzanti o ironici.

Da queste indagini emerge che il tempo utilizzato per leggere libri e per praticare attività fisica o sportiva è sempre più ridotto, e in alcuni casi del tutto annullato.

 Il cervello dell’adolescente

Prima di iniziare a riflettere su cosa fare e sul comportamento da tenere con i nostri ragazzi digitali, può essere utile avere qualche informazione su come funziona il cervello di un adolescente (più o meno dai 12 ai 16 anni). Recenti ricerche di neuroscienze hanno evidenziato nel cervello adolescente bassi livelli di dopamina (un ormone che regola gli stati d’animo, come l’euforia e la gratificazione); quando però si verifica un’esperienza stimolante o eccitante, la scarica di dopamina può essere altissima (decisamente superiore a quella di un adulto). Ne deriva che un adolescente è predisposto ad annoiarsi e tende a ricercare stimoli eccitanti; è anche per questo che sono frequenti gli ‘sbalzi’ di umore e i comportamenti impulsivi (lo sapevamo già, ma adesso ne conosciamo i motivi e i meccanismi).

Oggi sappiamo anche che nel cervello di un adolescente i nuclei interni arcaici (come l’amigdala), che regolano i comportamenti istintivi ed emotivi, si sviluppano prima rispetto alle  regioni della corteccia prefrontale dove operano i processi riflessivi e i meccanismi ‘frenanti’. In pratica si realizza una situazione di asincronia maturativa e di ridotta integrazione tra zone diverse del cervello, che ha come effetto finale ‘la sopravalutazione dei vantaggi e la sottovalutazione dei rischi’. Questo stato di transizione maturativa provoca una maggiore visione parziale e di contesto, e una ridotta visione prospettica di insieme. Quindi l’adolescente pensa all’oggi e non al domani, vede il vantaggio immediato anziché il danno o il rischio futuro.

Possiamo concludere che questa età di mezzo è molto impegnativa e difficile, e che molto comportamenti che un adulto considera assurdi hanno una precisa motivazione. In pratica i nostri ragazzi hanno nel cervello il motore di una Ferrari, ma la carrozzeria, le gomme e i freni sono quelli di una ‘500’. Si tratta di un ‘mostro ibrido’, né adulto né bambino, che dovrebbe uscire dal guado e risalire l’altra riva quanto prima, purtroppo invece la struttura della nostra società ha portato ad allungare questo periodo di transizione.

Adesso forse ci è più facile capire perché Paolo, un ragazzo tranquillo e anche un po’ timido, un bel giorno decide di postare su WhatsApp la foto a seno scoperto di Asia, la ex-fidanzata del suo migliore amico; la foto in poche ore fa il giro dei telefonini di tutta la scuola e finisce in internet, potenzialmente a disposizione del mondo intero, per l’eternità. Il motivo di base era una forma di vendetta per una offesa che Asia aveva rivolto all’amico, ma la conseguenza è stata devastante per tutti, arrivando fino a implicazioni di natura legale. Nell’atto di Paolo è mancata la riflessione sulle conseguenze e il relativo controllo frenante. Ha agito di impulso, e forse mentre premeva quel click aveva già iniziato a dubitare della sua idea, ma ormai era troppo tardi. La velocità informatica non lascia scampo e richiede, anche a noi adulti, un grande controllo e un’ottima competenza previsionale.

Il cervello dell’adolescente è molto sensibile anche ad altri ormoni, come l’ossitocina che regola i legami sociali e affettivi; questo rende esageratamente importante il valore che l’altro ci attribuisce e l’appartenenza al gruppo dei coetanei diventa una questione vitale. L’azione di Paolo è stata indotta e accelerata dal pensiero che avrebbe ricevuto dall’amico i complimenti per il coraggio dimostrato. Per un adolescente, essere accettato e confermato dai pari è una vera necessità, un bisogno regolato dalla maturazione del suo cervello e dagli ormoni coinvolti.

Per aiutare un ragazzo a contenere i comportamenti a rischio e canalizzare l’energia e la creatività verso azioni utili occorre favorire i processi riflessivi e integrativi, ma per fare questo è necessario accedere alla sua cerchia, cioè essere adolescenti come lui; questo può creare un vero e proprio cortocircuito, nel quale il modo degli adulti (sia i genitori che gli insegnanti) rischia di scorrere parallelo a quello dei ragazzi, senza reali punti di contatto.

Come usare gli strumenti digitali?

A questo punto siamo un po’ più attrezzati per riprendere le fila della nostra riflessione sull’uso degli strumenti digitali e del mondo dei social network.

Diciamo subito che passando dal PC fisso allo smartphone sempre connesso, non ha più senso parlare di controllo, perché non è più possibile inserire filtri o password, stabilire orari d’uso o verificare cronologie di navigazione. Con i nuovi strumenti e il wi-fi un ragazzo chiuso nella sua camera è come fosse in erasmus in Australia. Inoltre questi nuovi strumenti vengono utilizzati per una grande  varietà di funzioni (la telefonata è oggi quella meno usata): si ascolta musica, si curiosa sulle bacheche degli amici, si chatta con più gruppi, si cercano orari, si prenotano posti al cinema, …. Per molto genitori, invece, il motivo iniziale che ha portato a regalare il ‘telefonino’ è stata la possibilità di rintracciare costantemente il figlio e seguirne gli spostamenti durante il giorno; in pratica una guardia del corpo digitale rassicurante e infallibile.

Se il controllo è diventato difficile o impossibile, l’unica strada percorribile è quella di educare all’uso dello strumento, apprendendo insieme potenzialità e rischi. E’ necessario condurre il ragazzo a capire che la foto che posta in rete è per sempre, ed è come se l’avesse fisicamente appesa alla bacheca della scuola o nella piazza del paese. Occorrono occasioni per riflettere insieme che non tutto quello che si trova in internet è vero, che molte informazioni sono parziali o distorte, che può esserci bisogno di fare alcune verifiche prima di acquisire informazioni. Anche per quanto riguarda le norme sulla privacy è necessario fornire informazioni e raccontare episodi che descrivono le conseguenze di azioni inappropriate.

Ma qualunque processo educativo richiede tempo e deve essere avviato al momento giusto, senza inutili anticipazioni, ma senza neppure perdere il periodo sensibile. L’età migliore per l’uso condiviso degli strumenti digitali è tra i 6 e i 9 anni; in questo periodo i figli accettano ancora di fare esperienze con i genitori e fino a questa età è possibile non concedere un uso autonomo della rete; a questa età possiamo utilizzare assieme PC o Tablet per giocare, sistemare le foto della gita, cercare informazioni sui luoghi della prossima vacanza, fare ricerche per la scuola, ascoltare musica, acquisire informazioni sugli idoli sportivi o televisivi. In questo modo è possibile indirizzare a un uso appropriato dello strumento, stimolando un utilizzo creativo e nel contempo mettendo in guardia dai rischi (anche spaventando un po’ su come un pedofilo può adescare un ragazzino).

Prima dei 5 anni è del tutto inutile usare strumenti digitali (sotto i 3 anni oltre che inutile è anche dannoso), perché a questa età occorre fare esperienze dirette, emotivamente coinvolgenti, vissute assieme agli adulti significativi; occorre vivere storie e narrazioni, nostre o degli altri, immaginare situazioni fantastiche vivendole nel gioco libero o simulato, magari all’aria aperta a contatto con la natura. Questa è l’età della sperimentazione, della manipolazione, dell’esplorazione, della coordinazione mente-corpo, del linguaggio non verbale; evitiamo di fare confusione usando strumenti tecnologici per i quali un bambino non può neppure lontanamente intuire i meccanismi che ne regolano il funzionamento.

Dai 10 anni è possibile concedere una certa autonomia, ma stabilendo regole sui tempi per evitare interferenze sullo studio, il sonno, l’attività fisica e la relazione diretta con i coetanei. E’ opportuno usare password e filtri, utilizzando un PC con la possibilità di verificare le cronologie di navigazione.

Per l’uso di uno smartphone, e della relativa connessione ‘perenne’ e libera, sarebbe meglio attendere i 12 anni, e soprattutto aver condiviso il percorso degli anni precedenti per sperare di contenere i rischi di un uso improprio. Dobbiamo essere consapevoli che stiamo mettendo in mano a un adolescente un mitra carico; l’allenamento precedente dovrebbe favorirne un uso adeguato (la variabile più difficile da controllare sono i coetanei, e un Lucignolo da imitare l’abbiamo avuto tutti). Stabiliamo il patto del non uso notturno (c’è anche il pericolo delle onde elettromagnetiche emesse dagli apparecchi, di cui ancora non conosciamo con precisione gli effetti a distanza, soprattutto per le nuove generazioni che ne risultano esposte fin dalla nascita); se siamo riusciti a evitare la TV in camera da letto, facciamo in modo che lo stesso rischio non sia veicolato dallo smartphone, che ha potenzialità ancora maggiori.

L’utilizzo autonomo dei social network è da evitare prima dei 14 anni, perché prima di questa età è molto improbabile che il ragazzo possegga le sufficienti capacità di controllo e di senso critico; rischierebbe un utilizzo inappropriato e sarebbe più facilmente vittima di bullismo o incontri che non è attrezzato a gestire.

Per i genitori, una regola preziosa è quella di ‘non vietare, ma di guidare’. Detta così sembra facile, ma con un ragazzo o un adolescente la questione è molto più complicata, e spesso gli adulti non riescono a essere abbastanza efficaci. Anche la scuola fa molta fatica, anche se progetti sulle tecnologie digitali ‘da usare, senza farsi usare’ qualcosa ottengono; gli interventi svolti a scuola hanno il grande vantaggio di essere condivisi tra i pari, i dibattiti e il confronto che si riesce ad attivare realizza quella riflessione tanto utile ai nostri adolescenti. Il linguaggio tecnologico inoltre uniforma e annulla i ruoli, ostacolando adeguati processi educativi (è davvero poco efficace sgridare un figlio tramite WhatsApp utilizzando faccine arrabbiate o tristi).

Teniamo presente che esiste anche il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza da internet (in Giappone sembra che il fenomeno interessi il 5% dei giovani). Il sovraccarico di informazioni può saturare il nostro limitato cervello e ridurre la capacità di concentrazione, accorciando i tempi di attenzione; ci possono essere effetti negativi anche sulla memoria, sulla capacità di analisi e sul senso critico. Riguardo ai contenuti trovati in internet, la maggior parte dei genitori è preoccupata dal materiale sessuale o pornografico (che può effettivamente creare confusione e turbamento), ma non vano sottovalutati i contenuti violenti, che possono produrre ansia o stimolare aggressività.

Non dobbiamo però cadere nell’errore di vedere tutto nero e pericoloso Occorre riconoscere che gli strumenti digitali, e un appropriato uso di internet, rappresentano per i ragazzi una preziosa opportunità per acquisire informazioni rapidamente, imparare a gestire situazione complesse, sviluppare autonomia, allargare l’ambito comunicativo e relazionale; la rete e i social network  possono annullare grandi distanze e permettere una comunicazione in tempo reale con amici a parenti in angoli remoti del pianeta. E’ stato dimostrato che i ragazzi con una buona rete di relazione riescono a usare i social network per arricchirla, mentre quelli che hanno una rete sociale povera e una scarsa autostima, con l’uso dei social rischiano di peggiorare il loro stato e di isolarsi ulteriormente. E’ quindi molto importante che i genitori contestualizzino le situazioni, leggendo con attenzione i possibili segnali di disagio, per intervenire quando la situazione presenta aspetti critici. In casi selezionati può essere necessario chiedere aiuto e farsi supportare, partendo dal proprio pediatra, ed eventualmente rivolgendosi ad altre figure professionali competenti.

Per approfondire:

http://www.medicoebambino.com/lib/inserto_tecnologie_bambino.pdf


Leggere al pancione

Leggere al pancione

Il bambino nella pancia della mamma passa la maggior parte del suo tempo ad ascoltare. Là dentro c’è davvero poco da vedere, né amici né giochi con cui divertirsi. I suoni invece abbondano. Oltre al rumore del cuore e del respiro materno, c’è un vero e proprio concerto prodotto dagli organi intestinali. E poi c’è la voce della mamma, il suono più famigliare e più antico che un bambino possa sperimentare prima di nascere. Il bambino nella pancia vive immerso nel suono, circondato da un paesaggio liquido che parla continuamente. Prima della nascita è del tutto assente l’esperienza del silenzio!

Solo da pochi anni sono note le percezioni uditive del bambino prima di nascere. E’ stato scoperto che il bambino da metà gravidanza possiede un udito perfettamente sviluppato e maturo, in grado di sentire e decodificare con precisione i suoni. E’ stato possibile dimostrare che quanto viene ascoltato può essere memorizzato e ricordato. Sono numerose le ricerche che mostrano la capacità di riconoscere dopo la nascita voci, musiche e parole ascoltare negli ultimi mesi di gestazione. Un neonato può ricordare le musiche preferite dalla mamma, ma anche le storie o le canzoni che la madre gli ha narrato o cantato mentre era nella pancia. Ritrovare i suoni all’origine della sua vita significa ritrovare equilibrio e stabilità emotiva.

Recenti studi di neuroscienze hanno permesso di capire che la voce della propria madre produce nel neonato un vero e proprio piacere, favorendo il legame affettivo e il riconoscimento del genitore. Il linguaggio affettivo di chi si prende cura del bambino, ma anche il cullamento vocale attraverso le ninne-nanne, sono in grado di aiutare lo sviluppo mentale ed emotivo del bambino. In base a queste ricerche potremmo dire che i neonati hanno bisogno di cibo come di parole, e che le parole e suoni piacevoli sono il cibo della mente. Abbiamo anche scoperto che il cervello si sviluppa e matura in base alle esperienze precoci, e l’ascolto di voci e suoni rappresenta una esperienza essenziale sia nel periodo vissuto nella pancia sia nei primi mesi dopo la nascita.

E’ per questo che da alcuni anni viene proposto alle mamme in gravidanza di dedicare tempo per parlare con il proprio bambino, raccontandogli storie o cantando per lui. Mamma e bambino possono ascoltare insieme musiche piacevoli (non necessariamente melodiche e rilassanti, vanno bene anche quella ritmiche e allegre), e sarà ancora più bello farlo con altre mamme e l’aiuto di qualche operatore preparato. Questa pratica, oltre che piacevole, è in grado di favorisce lo sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino, soprattutto se verrà proseguita dopo la nascita attraverso la lettura insieme. Anche il papà può partecipare e dare il proprio contributo vocale e affettivo; il bambino può ricordare anche la sua voce, e ritrovarla quando sarà l’ora o quando ne sentirà il bisogno.

Per approfondire rimando al sito Nati per la musica


Neonato, lattante, bambino, minore, infanzia

Neonato, lattante, bambino, minore, infanzia

Neonato. Nato-nuovo. E’ un pleonastico, perché chi nasce non può essere vecchio, chi nasce non può che essere nuovo. Basterebbe dire: ‘nato’. Cioè colui che non era e ora è. Il nato non sa di essere nato, non sa ancora cosa significa essere o non essere. Sono coloro che possono chiamarlo ‘nato’ a definirne l’esistenza, sono gli altri a dargli significato. L’alterità dunque nasce prima di noi, ci definisce e ci dà un senso. Solo in seguito nasciamo veramente. Arriva il giorno in cui impariamo a dire ‘io’ e a pensare ‘io sono’. A quel punto siamo nati una seconda volta (oppure siamo nati veramente). Forse siamo neo-nati ogni giorno, ogni mattina della nostra esistenza. Forse non nasciamo una volta per tutte, e il giorno che veniamo al mondo è solo l’inizio delle nostre numerose nascite.

Lattante. E’ colui che mangia solo latte, nell’unico periodo della vita nel quale viviamo con una ‘monodieta’, con un solo alimento. In seguito diventiamo onnivori (o quasi), ma per ora nel latte troviamo tutto ciò che ci serve. Questa dieta esclusiva non riguarda solo l’acqua, i sali, le proteine, i grassi e i carboidrati, in questa dieta troviamo anche nutrimento e sazietà per la vista, guardando negli occhi chi ci sfama; troviamo nutrimento per l’udito, ascoltando la voce chi ci tiene (e se resta in silenzio riusciamo ad ascoltarne il respiro e il battito del cuore); mentre mangiamo gustiamo, annusiamo, tocchiamo. Siamo tenuti e trattenuti, sostenuti e voluti. E’ un piacere indescrivibile. Ci sentiamo veramente vivi e non ci manca nulla. Il tempo si ferma e non ci interessa ciò che è stato né ciò che sarà. Mente e corpo coincidono. Siamo vita allo stato puro, come mai forse ci capiterà di essere.

Bambino. E’ il diminutivo di ‘bambo’, parola onomatopeica legata alle consonanti labiali B e M, le prime che impariamo a pronunciare. Ma ‘bambo’ è anche la forma arcaica di ‘babbeo’. Il bambino sarebbe dunque uno ‘sciocchino’, perché rispetto all’adulto presenterebbe scarsa capacità cognitiva. Gli studi di neuroscienze e di psicologia perinatale ci informano che il bambino piccolo ha un’intelligenza diversa da quella dell’adulto. Mentre quest’ultimo presenta competenze logico-matematiche e di pensiero astratto, il bambino dei primi anni pensa ‘per emozione e sentimento’, e utilizza zone del cervello molto sensibili, creative, empatiche. I bambini dunque non sono immaturi, utilizzano semplicemente le risorse neurologiche più adatte alla fase di vita che stanno attraversando. Dovremmo smetterla di giudicare i bambini utilizzando i modelli e le categorie degli adulti, anzi forse dovremmo smetterla di giudicare i bambini (e preoccuparci invece di sapere cosa pensano loro di noi).

Minore. E’ in rapporto al ‘maggiore’, cioè all’adulto. E’ solo una questione di unità di misura, e soltanto perché è l’adulto a dare le definizioni (che produce a suo comodo e a suo vantaggio). Se sono minore è perché non sono ancora divenuto maggiore, non per questo però sono incompleto e mi manca qualcosa. Sono minore e dunque sono più vicino al terreno, e questo mi dona concretezza. Sono minore è riesco a vedere i fiori negli occhi, e tutto quanto è alla mia altezza è anche mio amico. Per questo ho bisogno che tu mi prenda in braccio, altrimenti io e te siamo così lontani da non poter essere amici. Sono minore e dunque sono libero senza bisogno di compensare la mia libertà con la responsabilità; infatti non riesco a prendere decisioni da solo (anche se conosco esattamente cosa voglio e cosa mi serve). Io, fin quando posso, preferisco essere minore. Se tu sei maggiore, peggio per te.

Infanzia. Dal latino ‘senza voce’. Colui che è muto. In realtà non parla, ma è ben capace di esprimersi. Infatti riesce a tenere sveglio per tutta la notte un intero condominio. Non è dunque la voce a mancargli. Dal primo respiro uscendo dal corpo materno urla con vigore e determinazione. Il suo primo vagito non si era mai udito al mondo, tanti altri si erano sentiti, ma il suo ancora mancava. Nasciamo quando la nostra voce si aggiunge ad altre miliardi di voci. Potremmo rappresentare la vita su questo pianeta come un’interminabile serie di voci che corrono una lunga staffetta, dove il più piccolo di noi porta più avanti la voce di chi non c’è più. Quindi l’infanzia non è muta, semplicemente non usa le parole degli adulti. L’infanzia usa il proprio grido, di gioia o di dolore. L’infanzia usa il suono dell’emozione e del sentimento, rimandando a dopo l’uso della parola che esprime ragione e cognizione. L’infanzia è vita concentrata, poche gocce bastano a dare sapore a tutto il resto.


Testimonianza di un padre neonatologo

Testimonianza di un padre neonatologo

Sono passati quasi ventotto anni da quella notte di pioggia nella quale apparse Jacopo, il mio primo figlio. Ogni minuto di quell’evento è scolpito nella mia mente come fossero passate solo poche ore. Ero lì come padre in attesa, ma anche come pediatra; infatti quella notte era il mio turno e decisi di non chiedere una sostituzione. L’ultima parte del parto fu complicata dalla scorretta rotazione della testa; la difficile situazione si risolse per la grande forza di mia moglie, trasformatasi per l’occasione in leonessa, e il supporto di una ostetrica davvero esperta. Ma anche il nostro piccolo Jacopo ce la mise tutta per buttarsi nelle nostre mani. Avevo già visto nascere tanti bambini e da alcuni anni ogni giorno mi occupavo dei prematuri e dei neonati in difficoltà.

Quella notte però tutto divenne strano e magico. Ero nel mio luogo di lavoro, assieme a operatori con i quali condividevo da tempo un lavoro appassionante e difficile, ma vedere mio figlio sgusciare fuori da Monica ha completamente trasformato quel luogo. I miei gesti nell’aiutare mio figlio a respirare erano quelli previsti in situazioni analoghe, ma l’emozione era del tutto nuova, mai provata prima, e alla fine anche del tutto imprevista. Era la fisicità e la vitalità di quella nuova persona a spiazzarmi.

La sua voce mai udita prima. La sensazione – non del tutto cosciente – che si trattava di un inizio definitivo, come se la nostra creazione del mondo avvenisse in quel momento. Lo straordinario squarciava l’ordinario e lo trasformava profondamente. La sensazione, già dopo pochi minuti dalla nascita, era che nulla sarebbe stato più come prima, che io stesso ero già irrimediabilmente diverso. Fu l’iniziò di un cammino avventuroso e pieno di emozioni. Tornati a casa ogni giornata si arricchiva di novità e scoperte. La fatica e l’impegno dell’accudimento finivano sempre per essere annullate dal piacere di nuove e inattese soddisfazioni. Quel piccolino che cresceva veloce era una costante meraviglia. Nell’arco di poche settimane, sia l’esperienza professionale sia quanto studiato nei libri, sono lentamente finiti laggiù sullo sfondo; in primo piano solo lui e la sua mamma, entrambi sempre in grande attività, due in uno, impossibile scegliere quello da amare di più.

Ma di quel primo anno il dono più prezioso, che ancora mi porto dentro, è il privilegio di poter vedere il mondo con gli occhi di un bambino. E’ probabilmente soltanto una visione parziale e limitata, o forse una semplice intuizione, ma è quanto basta per consolidare una riconoscenza definitiva e irrazionale per la vita.

Pubblicato in “Ve lo spiego io” di Grittini F. e Brunetti S., La Memoria del Mondo Libreria Editrice, 2015


Parto a domicilio

Esperienza di parto a domicilio: un neonatologo che si crede un re magio

Quando giro per la mia città mi trovo a pensare ‘lassù in quella mansarda una sera piovosa è nata una bambina’, ‘dietro quella finestra al primo piano è nato un bambino, era la mattina del giorno dell’Immacolata’, ‘ in quel condominio anonimo e banale è nato Mattia (o Matteo ?)’. Quando giro per la mia città ritrovo, anche dopo anni, i luoghi della nascita dei bambini nati a casa loro e nella mia mente si accende una mappa dove compaiono zone speciali, animate da occhi grandi, arti che nuotano nell’aria, voci ritmiche e squillanti.

La mia città si anima di bambini nuovi che sono nati qui e là, nelle ore più impensate e inopportune, senza preoccuparsi del momento storico, senza avvisare o farsi annunciare da segni premonitori. Sono bambini nati a casa loro, quando volevano loro, senza chiedere il permesso all’amministratore e senza consultare il regolamento condominiale. In passato tutto ciò era normale e quasi banale, poi per molti anni soltanto in una zona precisa della città era consentito nascere, adesso qualcuno ha ricominciato a nascere qua e là, in mansarda o in bagno, nel salone o in camera, in condominio o in case appartate, dietro il centro commerciale o nascosto tra alberi e fossi, alla luce dell’insegna al neon o in un viottolo buio.

La città è così colonizzata da bambini e da bambine appena nati, da pance che si svuotano con l’ultimo urlo e da seni che si gonfiano per continuare a nutrire e terminare l’opera. La mia città ha cominciato ad apparirmi diversa, è diventata una città generatrice di persone nuove, una città creatrice, che accetta e accoglie nuove vite in qualunque suo angolo, senza preoccuparsi di regolamentare questa attività. La mia città sembra volermi avvisare di essere contenta di far nascere dappertutto.

Da quando faccio il pediatra in un ospedale di provincia, anche la campagna lungo il fiume Enza è diventata una campagna che genera. Così passo in auto tra piccoli gruppi di case e ritrovo dietro la finestra al piano terra un luogo di nascita, ad un crocicchio dopo l’edicola nascosto da un grande olmo inizia il viottolo che porta ad un altro punto nascita. Nella mia mente anche la geografia reggiana si anima di neonati che hanno potuto nascere dove volevano senza doversi allontanare dalla loro casa e dal loro cortile, lo stesso dove negli anni successivi potranno correre e giocare, farsi male ed essere consolati, perdersi e ritrovarsi.

Il mio concetto astratto di ‘genitorialità diffusa’ comincia a farsi più chiaro e concreto, ogni punto di questo mondo mi sembra disposto a generare. La genitorialità è diffusa perché è potenzialmente in ogni luogo e ogni luogo sembra capace di accogliere una persona nuova. La professione che ho scelto mi ha permesso di veder nascere in ospedale migliaia di bambini, quelli che ho visto nascere a casa sono pochi, ma valgono molto. Per me vale molto anche sperimentare il tragitto per andare a visitarli: sono io a spostarmi per andare da loro, e come un Re Magio cerco i segni indicatimi dall’ostetrica per trovare il luogo della nascita. L’esperienza continua una volta entrato in casa: l’ambiente è sempre il solito, come a casa mia, ma l’atmosfera è quella del grande evento.

I genitori sono tranquilli, si sentono a casa loro; quando arrivo io le difficoltà sono già terminate, ho il piacere e il privilegio di sentire la quiete dopo la tempesta. Non è possibile fare nulla di corsa, non si riesce a stare in piedi, è normale anche sedersi e bere qualcosa; non mi sento lì per visitare il bambino, mi sento in visita ad una famiglia che cresce e che è ancora piacevolmente stordita dall’esperienza appena vissuta. Quando visito un bambino nato a casa è raro sentirlo piangere, generalmente è molto tranquillo e si lascia toccare senza paura, è a casa sua, sente odori e rumori famigliari, nulla lo può minacciare in casa sua.

Quando sono presenti dei fratellini la loro partecipazione alla visita è un gioco nuovo che avviene nel loro ambiente, fosse per loro dovresti rimanere tutta la sera a giocare con loro. Il papà è sempre molto indaffarato, pensandoci bene si comporta un po’ come una caposala dell’ospedale che si sente in dovere di controllare tutto. La mamma invece spesso sembra distaccata, quasi avesse deciso volontariamente di ridurre la tensione accumulata e ritrovare il proprio equilibrio profondo. Ho visto mamme in piedi dopo solo due ore dal parto affaccendate come se qualcun altro avesse partorito in quella casa: mi è parso come il lavoro di un monaco nell’orto del monastero che interrompe le ore di preghiera e meditazione consapevole di tornare presto a concentrarsi sul mistero che gli riempie l’esistenza.

Le primipare che partoriscono a casa loro già dalle prime ore dal parto hanno la vestaglia bagnata di colostro che esce da solo; probabilmente nessun altro ormone è presente in loro a contrastare il processo della lattazione così perfettamente programmato fin dall’alba della nostra specie.

Questa esperienza professionalmente ti racconta come si viene al mondo, ti spiega che è possibile nascere così. Ovviamente tutto ciò è possibile in sicurezza soltanto perché queste mamme e questi bambini sono stati selezionati da tempo e perché i travagli difficili e i parti rischiosi vengono fatti in ospedale; non sono pochi i parti che cominciano a casa e poi devono essere terminati in ospedale. Ma va bene così, questi piccoli nati a casa loro sono lì per mostrare a tutti una nascita semplice e per indicare anche agli ospedali una maniera ‘dolce’ per nascere. Da questi bambini dobbiamo tutti imparare qualcosa, per aiutare a nascere meglio anche quelli che devono nascere con difficoltà.

I bambini che nascono a casa loro sono dei privilegiati e io che sono andato a trovarli non sono meno privilegiato di loro.

Questo articolo è stato pubblicato nel n.52/2006 della rivista Donna & Donna


Sculacciata

Una sculacciata giusta o sbagliata? Ask the boy

Il fatto. In Inghilterra un dirigente d’azienda sculaccia il figlio Harry di 7 anni che si era allontanato da casa al buio per recarsi al parco; in base ad una legge del 2004 sul ‘castigo genitoriale’ il solerte padre viene condotto in questura e lì trattenuto per una notte in attesa di essere interrogato.

Il seguito. Un autorevole giornalista de La Repubblica scrive un commento alla vicenda inglese ironizzando sulla giustizia di quel paese. Egli sostiene “non è stato un isterico schiaffo sul viso, ma una salutare manata sul sedere che – come sanno tutti i padri affettuosi del mondo – è una prova d’amore, una specie di energica carezza che non può esser confusa da nessuno con un atto di violenza” Il pezzo termina con parole grosse “l’ Inghilterra sta diventando uno strano paese dove i ragazzi si accoltellano senza ragione, (…) per i minorenni è più facile comprare coltelli che birra. Forse noi padri siamo davvero dei loschi individui, ma se a questi giovani accoltellatori i loro padri avessero dato qualche sculacciata o magari anche qualche schiaffone in più…”.

L’esperto. Westen Drew nel suo trattato di psicologia, in uso presso molte università, scrive che “quando ci si comporta in modo aggressivo per punire un comportamento, spesso si ottiene solo di stimolare l’aggressività della persona punita (…) quanto più i genitori ricorrono alla punizione fisica tanto più i loro figli tendono a comportarsi in modo aggressivo. Se i genitori che utilizzano tali sistemi intendono insegnare ai loro figli l’autocontrollo, farebbero meglio a impararlo loro, perché picchiare i bambini tende a far aumentare la probabilità che da adulti abbiano meno autocontrollo, meno autostima e relazioni più disturbate, che siano più soggetti alla depressione e che maltrattino a loro volta i figli ed il coniuge.”.

Il nostro commento.

E’ senz’altro esagerato l’arresto del padre di Harry, anche se per una sola notte; inoltre immaginiamo quali sensi di colpa avranno angosciato il piccolo discolo. Ma non distraiamoci con le questioni legali. Cerchiamo di capire chi ha ragione tra il nostro brillante giornalista e l’autorevole studioso americano. Il primo sostiene che senza un po’ di botte si diventa accoltellatori, il secondo sostiene che è vero il contrario, la punizione fisica produce adulti violenti.

Una prima osservazione è che l’affermazione del giornalista sembra basarsi sul semplice buon senso (un po’ di disciplina è necessaria e una sana punizione a volte inevitabile), lo studioso invece fonda la sua affermazione su numerosi studi di psicologia e sociologia (è ampiamente documentato che gli adulti violenti hanno in passato subito violenze, molto spesso tra le mura domestiche).

La seconda osservazione nasce dalla affrettata affermazione del giornalista che definisce la sculacciata non un atto di violenza, ma al contrario una ‘energica carezza’, la ‘manata sul sedere – sostiene un po’ troppo precipitosamente – è una prova d’amore’. Se fosse veramente come sostiene il commentatore, il piccolo Harry come reazione alla sculacciata avrebbe dovuto sorridere e abbracciare l’affettuoso padre. Probabilmente non c’è giudice né giornalista né genitore né psicologo in grado di sapere se quella sculacciata è stata o meno un atto di violenza, solo il piccolo Harry potrà dirci se per lui la reazione del padre è stata umiliante, se l’ha ferito dentro più che sul sedere. Dobbiamo chiede a Harry se ha percepito il padre come un implacabile castigatore, se ha sentito il peso di un giudizio rivolto a lui come persona anziché sull’azione commessa.

Terza ed ultima osservazione. Se analizziamo il problema secondo il metodo dell’ask the boy (nel dubbio chiedi al ragazzo, cioè cerca di vedere la cosa anche dal suo punto di vista), sarebbe molto utile chiedersi perché Harry ha deciso di andare da solo nel parco al buio? Una ragione l’avrà senz’altro avuta, e probabilmente il suo scopo non era né quello di fare spaventare il padre né tantomeno quello di ricevere una sana patacca sul sedere. Ragionare con lui sul motivo della sua azione avrebbe probabilmente prodotto molto più della sculacciata. Non raggiungiamo un grande risultato se Harry in futuro farà attenzione a non allontanarsi da casa soltanto perché ha paura di essere picchiato. Nell’età evolutiva la strada dell’autonomia e della responsabilità deve passare dal dialogo e dalla riflessione affettuosa; la punizione fisica o psicologica non riesce ad educare neppure un adulto figuriamoci un bambino, che probabilmente in quel parco voleva soltanto verificare se quella sera sarebbe passato Ivanhoe per abbeverare al tramonto il suo bianco cavallo….


Bimbo e TV

Bimbo e TV “La televisione sotto i tre anni ? No, otto volte no

Nei prossimi mesi è atteso nel nostro Paese un nuovo canale satellitare, già attivo negli Usa, dedicato ai bambini tra 0 e 24 mesi, si chiamerà BabyFirstTv. Gli ideatori si difendono dalle critiche degli esperti (come i pediatri dell’Accademia Americana di Pediatria) sostenendo che i bambini molto piccoli vengono già messi davanti alla televisione e quindi è meglio dedicare loro una programmazione che tenga conto delle esigenze e delle capacità percettive tipiche di questa età.

Da sempre i pediatri (ma anche gli psicologici e gli educatori) sostengono la pericolosità del mezzo televisivo nei bambini con meno di tre anni. Questa nuova proposta (con scopi palesemente commerciali) rischia di creare confusione e dubbi nei genitori; occorre forse spiegare e ribadire i motivi per i quali nei bambini molto piccoli lo schermo televisivo è da proscrivere, anche nel caso trasmetta programmi dedicati.

 

  • Nei primi due anni di vita il bambino non è ancora capace di distinguere realtà e fantasia, né di fare ragionamenti astratti; vive e pensa per emozioni e percezioni. Nei confronti di un assetto psicologico così particolare qualunque programma televisivo è destinato a provocare estrema confusione, producendo percezioni visive e sonore che potrebbero essere paragonate a vere e proprie allucinazioni, col rischio di deformare e condizionare negativamente la costruzione del senso di realtà da parte del bambino.

 

  • Nel primo anno di vita il bambino non ha ancora raggiunto la maturazione che gli permette di avere la consapevolezza di se stesso e della propria individualità; questo processo si realizza attraverso il rapporto con le persone che si prendono cura di lui e l’interazione con l’ambiente. All’interno di una dinamica tanto complessa la televisione può soltanto produrre una grave e pericolosa interferenza senza alcuna possibilità di personalizzare e finalizzare gli stimoli che giungono al bambino.

 

  • Nei primi due anni di vita la realtà spaziale e temporale non sono vissute in maniera oggettiva e consapevole, “gli avvenimenti del bambino sono senza connessione”(Fraiberg); sono le figure di accudimento che permettono al bambino di mettere insieme i ‘pezzi’ dell’esistenza che lentamente acquista significato. Lasciare alla televisione questo delicatissimo ruolo può condurre il bambino a farsi un’immagine della realtà completamente falsa ed esterna al suo contesto di vita.

 

  • Gli studi di neuroscienza degli ultimi anni hanno permesso di capire che il cervello del bambino nei primi due anni sviluppa specifiche connessioni nervose responsabili della futura attività cerebrale. Gli stimoli esterni compresi nelle esperienze del bambino indirizzano e condizionano il tipo di struttura che progressivamente va organizzandosi. Gli stimoli forniti dalla televisione in questa età sono in grado di condizionare (in una direzione che ancora nessuno ha potuto studiare) lo sviluppo e la maturazione del cervello. Studi scientifici eseguiti su bambini più grandi (3-5 anni) hanno dimostrato che un uso eccessivo e improprio della televisione è in grado di interferire sulla capacità linguistica e sul pensiero matematico, predisponendo in alcuni casi alla sindrome di ADHA (deficit di attenzione e iperattività).

 

  • Ancora le ricerche di neuroscienze hanno scoperto che nei primi anni di vita sono molto attivi i cosiddetti ‘neuroni specchio’ i quali, attivando i processi di imitazione, permettono di dare avvio all’apprendimento e alla capacità di relazione e di comunicazione interpersonale (praticamente la base e il senso della nostra vita sociale). La televisione agisce, nel bambino piccolo, in un momento nel quale questo meccanismo è ancora immaturo e privo di qualunque filtro difensivo.

 

  • Sappiamo da tempo che il pensiero e la capacità cognitiva nei cuccioli della nostra specie hanno bisogno di svilupparsi attraverso l’interazione con le persone di accudimento. Il bambino piccolo per crescere deve poter toccare ed essere toccato, deve poter inviare un segnale e ricevere una risposta; di fronte ad un viso depresso o inespressivo viene travolto dall’ansia. Per crescere il bambino ha bisogno di lanciare un suono e di ricevere in cambio parole ed espressioni rassicuranti in grado incoraggiare l’invio di altri segnali e di stimolare altri ‘esperimenti’. Tutta questa dinamica e spontanea interazione è impossibile al mezzo televisivo, che non è in grado di rispondere ai segnali-domande del bambino né ha la possibilità di lasciarlo sperimentare alcunché.

 

  • E’ falsa l’opinione che stimoli adeguati provenienti dal video (della TV come del PC) possano stimolare l’intelligenza nel bambino piccolo. L’intelligenza nei primi anni di vita inizia a svilupparsi attraverso la coordinazione tra prensione e visione, che significa vedere un oggetto, afferrarlo, assaggiarlo e, più avanti, lanciarlo (magari producendo un bel po’ di rumore e facendo di tutto perché qualcuno lo riporti, con la disponibilità di ripetere l’operazione qualche migliaio di volte). Anche lo sviluppo del linguaggio, e quindi del pensiero astratto, deve prima passare attraverso l’esperienza concreta con gli oggetti ai quali, insieme ai genitori, si deciderà un giorno di attaccare un nome.

 

  • Gli autori di questi nuovi programmi definiscono i loro contenuti ‘educativi’, ma nel primo anno di vita nessun bambino può essere veramente ‘educato’, perché la sua esistenza si basa ancora su percezioni e sensazioni, senza ancora la possibilità di rapportarsi a schemi predefiniti (che non siano semplicemente l’interazione con le persone di accudimento); in questa età per uniformare un bambino a schemi esterni ai suoi bisogni occorre impostare un processo più simile all’addomesticamento. I processi educativi saranno operativi più avanti, quando il bambino sarà diventato capace di relazioni consapevoli e personali e avrà iniziato a comunicare direttamente con le persone e con l’ambiente.

 

Come ha ben sintetizzato la psicologa dell’infanzia Anna Oliverio Ferraris, la televisione nei primi due anni può ‘generare una incompetenza emotiva e cognitiva’. Noi riteniamo che la vera ‘televisione’ per un bambino piccolo siano i suoi genitori, per i quali il proprio figlio non è un qualunque indefinibile e virtuale (e pagante) telespettatore-cliente-utente, ma l’unico e irripetibile bambino, in ogni caso, il più bello e bravo del mondo.


Ciao, mi chiamo Gigi

Ciao, mi chiamo Gigi

Ho rischiato di nascere qualche settimana prima del termine perché ero stanco di aspettare e per questo la mia mamma è dovuta rimanere ricovera in ospedale per due settimane, ma poi, quando tutti hanno capito che era proprio ora che nascessi, abbiamo iniziato le danze (il nome tecnico mi hanno detto essere ‘travaglio’).

Inizialmente la mamma non riusciva a decidere se partorire nella stanza azzurra o in quella beige col letto rotondo; poteva anche provare a farmi nascere in acqua, ma ha detto che questo lo proverà per il fratellino fra qualche anno. Alla fine siamo stati nella stanza azzurra (dove c’è anche la liana per appendersi, che però stranamente non è per i bambini, ma per le mamme), assieme al papà e all’ostetrica. I medici (ginecologi, pediatri e anestesisti) io non li ho visti, ma ho saputo che ci sono e sono tutti pronti per intervenire se qualcosa dovesse andare un po’ storto.

La mia mamma però è molto forte e brava e dopo aver fatto il corso con l’ostetrica si è convinta di potercela fare senza tanti aiuti; aveva molto fiducia anche in me, perché sapeva che anch’io mi stavo preparando e allenando da mesi per questo momento. Il travaglio è davvero molto lungo, ma per fortuna in sala parto c’era lo stereo e così abbiamo potuto rilassarci ascoltando un po’ della mia musica preferita. Quando finalmente sono riuscito a venire fuori, subito mi mancava l’aria e ho urlato con tutta la mia forza le prime due parole che mi sono venute in mente: “uè, uè”.

L’ostetrica è stata veloce ad asciugarmi e ad appoggiarmi sulla pancia della mamma. Con le luci basse, la musica e la pelle calda della mamma mi sono davvero tranquillizzato e ho smesso subito di piangere, ma per l’emozione a questo punto ha cominciato a piangere la mamma.

Nella prima ora ho potuto rimanere nella stanza azzurra con la mia mamma e il mio papà, isolato dal resto del mondo a godermi tutto quello che era successo. Ho potuto subito cominciare a succhiare al seno; all’inizio ero un po’ imbranato, ma quando ho capito cosa dovevo fare non mi sono più staccato e ho dimostrato a tutti che ero già molto bravo… Quando la mamma è dovuta tornare in camera, io sono andato al nido col papà a fare il bagnetto e la puntura di vitamina K (fa un po’ male, ma dicono che è importante per la mia salute). Mi hanno messo una tutina blu con disegnata sopra una barchetta e mi sentivo un po’ un cartone animato; poi mi hanno pettinato con la riga da una parte.

A questo punto finalmente sono stato portato in camera dalla mamma. Tutti devono ricordarsi che riesco a stare senza di lei solo pochi minuti; ho smarrito la mia amica placenta e non ho ancora avuto tempo di farmi nuovi amici. Per ora conosco solo la mamma e il papà e per me gli altri sono tutti degli estranei dei quali è meglio non fidarsi troppo.

In ospedale ho succhiato al seno tutte le volte che volevo e sono rimasto in camera con la mamma; quando c’era troppa confusione la mamma mi allattava in una stanza appartata dove non possono entrare neppure i parenti. Ogni mattina sono stato visitato dal pediatra, così i miei genitori si sono tranquillizzati: a loro fa molto piacere sentirsi dire che sono sano come un pesce.

Dopo due giorni ci hanno lasciato andare a casa, ma prima mi hanno fatto un altro buchetto al piede, anche questo non è un piacere, ma sembra un esame molto importante. La mamma è stata molto contenta di portarmi a vedere la nostra casetta, ma era anche un po’ preoccupata e aveva paura di sbagliare. Per fortuna dopo soltanto due giorni trascorsi a casa era già programmato un controllo in ospedale; la mia mamma per l’occasione ha preparato con papà un elenco di dodici domande da fare al pediatra.

Gigi


Le paure

Le paure

Le paure durante la gravidanza sono normali; e sono anche utili. Fare un bambino è una vera impresa, un po’ come scalare il Monte Bianco, e quando si arrampica un po’ di paura serve per essere prudenti e concentrati. Bisogna però evitare di avere troppa paura per evitare di rimanere ‘bloccati’ in parete e avere bisogno del Soccorso Alpino…. L’elenco che segue contiene le paure scritte su post-it da mamme e papà in attesa del loro primo figlio. Pensiamo che possa servire leggere le paure degli altri e metterle a confronto con le proprie.

HO PAURA….

che il bambino stia male prima, durante e dopo il parto
che ci siano complicazioni nel momento del parto
che gli esami non capiscano che il bambino è malato
che il bambino abbia delle malformazioni
che il bambino non dorma
che abbia mal di pancia
che il bambino soffochi mentre mangia
di non essere capace….
della depressione postparto
del dolore fisico del travaglio
di trasmettergli il mio nervosismo
di non mantenere la calma e il controllo durante il parto
di non riuscire ad allattare
di non avere abbastanza latte
di non capire se ha mangiato abbastanza
di non riuscire ad interpretare il suo pianto
di non riuscire a gestirlo
di non saper riconoscere le coliche
di fargli del male nel cambiarlo
di non riuscire a tenerlo in braccio nel modo giusto
delle malattie
delle morti bianche
di non capire le sue esigenze
di non capire quando è sazio
di non saper risolvere i suoi problemi
di essere troppo apprensiva per niente
di non riuscire a dargli tutto quello di cui ha bisogno


Il bambino secondo Janusz Korczak

Il bambino secondo Janusz Korczak

“Il bambino pensa con il sentimento, non con l’intelletto”.
Janusz Korczak (1878-1942)

Janusz non era uno psicologo, ma aveva trovato la chiave per entrare nel mondo dei bambini. Era pediatra, pedagogo, scrittore, poeta, libero pensatore. Era anche ebreo (il vero nome era Henryk Goldzmit) e per questo ha terminato prematuramente la sua vita nel campo di sterminio di Treblinka nel 1942 assieme a duecento bambini ospiti di quella Casa dell’Orfano che dirigeva da circa trent’anni a Varsavia.

L’opera e le idee di Korczak sono poco note nel nostro Paese perché solo da pochi anni alcuni dei suoi scritti più significativi sono stati tradotti e pubblicati dalla casa editrice Luni. La sua opera principale si intitola “Come amare il bambino” ed è stata scritta tra il 1914 e il 1918 e pubblicata in polacco nel 1920. Questo saggio, a nostro giudizio, non ha semplicemente un valore storico, ma contiene pensieri e riflessioni di grande attualità, in grado di stimolare e illuminare il nostro lavoro con i bambini.

Korczak si era specializzato in pediatria a Parigi e a Berlino e per sette anni aveva esercitato la professione in ospedale con notevole successo. Ben presto però si accorse che benessere, crescita e stato di salute rappresentano per il bambino un’unica realtà inscindibile. Scienziato e letterato sensibile, giunse a considerare limitante doversi occupare soltanto della patologia; per lui esercitare la pediatria rischiava di diventare un ostacolo per una comprensione più profonda del bambino e del suo mondo.

 Lentamente, ma con grande lucidità, maturò l’idea, oggi attualissima, che per aiutare i bambini a crescere occorreva considerarli nella loro globalità e integrità, unificando i saperi della medicina, della psicologia, della pedagogia, della sociologia, ma anche della storia, della poesia, della religione…

Korczak aveva imparato a vedere il mondo con gli occhi dei bambini. Lo dimostra anche un suo romanzo, intitolato “Quando ridiventerò bambino” del 1924, nel quale racconta la giornata di un bambino di otto anni attraverso il suo particolare punto di vista. Nei suoi scritti sono numerose le sollecitazioni per “entrare” nell’ottica del bambino (o per tornare a vedere il mondo come quando eravamo piccoli). Sul tema dei diritti del bambino Korczak si è dimostrato particolarmente profondo, lucido e in grande anticipo rispetto alla società del suo tempo: nel 1929 scrisse “Il diritto del bambino al rispetto”, un’intera opera dedicata a questo argomento.

 Con parole appassionate Korczak spiega che è possibile riconoscere i diritti dei bambini soltanto quando si è capaci di capire i bambini, il loro mondo e i loro bisogni di crescita, quando si è capaci di vedere e di sentire come vedono e sentono loro, quando si riesce a considerare il loro mondo allo stesso livello di importanza del nostro: questo aveva imparato dai suoi ragazzi, questo era stato capace di fare nel corso della sua vita.

BRANI TRATTI DA “COME AMARE IL BAMBINO” DI JANUZ KORCZAK, 1920
(la suddivisione per argomento è del curatore al fine di facilitare la lettura)

Gravidanza

Dici: -il mio bambino-. Quando, se non durante la gravidanza, ne hai maggior diritto ? Il battito del suo cuore, minuscolo come un nocciolo di pesca, è eco del tuo. Il tuo respiro porta ossigeno anche a lui. Un unico sangue scorre in lui e in te, e neanche una delle sue rosse gocce potrebbe dire di sapere se rimarrà tua o se diverrà sua (…).

 Il boccone di pane che stai masticando gli serve per formare le gambe sulle quali un giorno correrà, la pelle che lo rivestirà, gli occhi con cui guarderà, il cervello in cui farà risplendere il pensiero, le mani che tenderà verso di te.

Fra quindici anni lui guarderà verso il futuro, tu verso il passato. In te ricordi e abitudini, in lui tendenza ai cambiamenti e fiere speranze. Tu dubiterai, lui attenderà con fiducia, tu paventerai, lui non avrà timore.

Puericultura e allattamento

Una cosa strana: prima il figlio le era più vicino, adesso era più suo; era più certa della sua salute, lo capiva di più. Riteneva di sapere, di essere capace. Dal momento in cui mani estranee – esperte, pagate per questo, sicure del fatto loro – si sono prese cura di lui, lei, sola, relegata in secondo piano, si sente inquieta. Il mondo glielo sta già togliendo.

A volte i genitori non vogliono sapere quello che sanno, né vedere quello che vedono. (…)

Tutte le madri sono in grado di allattare, tutte hanno una quantità di latte sufficiente; solo la mancata conoscenza della tecnica di allattamento le priva di questa innata capacità. (…) L’allattamento, infatti, è la prosecuzione della gravidanza, allorchè il bambino si è trasferito dall’interno all’esterno, si è separato dalla placenta, ha afferrato il seno e beve non più rosso, ma bianco sangue. Beve sangue ? Sì, sangue della madre, perché è questa la legge della natura (…).

Quante volte al giorno il bambino dovrebbe essere allattato ? Da quattro a quindici. Quanto deve durare la poppata ?

Da quattro minuti a tre quarti d’ora e più. Incontriamo seni facili e difficili, poveri o ricchi di nutrimento, con capezzoli buoni e meno buoni, resistenti e delicati. Incontriamo bambini che poppano energicamente, discontinuamente e pigramente. Non esiste quindi una regola valida per tutti (…).

La bilancia può essere un consigliere infallibile, quando dice ciò che sta accadendo; può diventare un tiranno quando la usiamo per realizzare la “normale” crescita del bambino dettata dagli schemi. Mi auguro che non passeremo dal pregiudizio delle “feci verdi” a quello della “curva ideale” (…)

Allorchè al bambino non basti il latte delle poppate, occorrerà completare l’alimentazione gradualmente, aspettando sempre le reazioni del suo organismo, dandogli di tutto, a seconda delle risposte del bambino stesso.

Ogni opuscolo (di puericultura) in voga ricopia dai manuali quelle piccole verità valide per i bambini in generale, ma che diventano menzogne per il tuo in particolare. (A proposito di svezzamento) occorre distinguere la scienza della salute dal commercio col pretesto della salute (…).

Primo anno di vita

Finchè la mortalità infantile era tanto spaventosamente alta, tutta l’attenzione della scienza era costretta a concentrarsi su biberon e pannolini. Oggi, forse fra poco, oltre che della vita vegetativa, potremo occuparci chiaramente della vita e dello sviluppo psichico del bambino nel primo anno di vita. Ciò che è stato fatto finora non rappresenta che un inizio. Infinito è il numero dei problemi psicologici e delle conseguenze che stanno al confine fra soma e psiche del lattante. (…)

 Se vogliamo conoscere le forme primogenie dei pensieri, dei sentimenti e delle aspirazioni prima che si sviluppino, si differenzino e si definiscano, dobbiamo rivolgerci a lui, al lattante.

Soltanto una sconfinata ignoranza e superficialità dello sguardo possono negare l’evidenza che il lattante possiede una individualità ben precisa e determinata, in cui confluiscono temperamento innato, energia, intelletto, senso di benessere ed esperienze vitali.

La vista. Il profilo del viso, come la falce della luna; solo il mento e la bocca quando il bambino la guarda da sotto in su; lo stesso viso, questa volta con gli occhi, quando guarda dal basso accomodato sulle ginocchia della madre e ancora con i capelli, se essa si china di più. Ma l’udito e l’olfatto dicono che è la stessa cosa. (…) Il lattante non sa che seno, viso, mani formano un’unità – la madre.

Parla con il linguaggio mimico, pensa con il linguaggio delle immagini e dei ricordi delle sensazioni provate (…). Pensa con le immagini della passeggiata e con i ricordi delle sensazioni provate durante le passeggiate precedenti.

Accettare lo sviluppo dell’intelletto del lattante è oltremodo difficile perché egli impara molte volte e molte volte dimentica: è uno sviluppo a più fasi, intervallato da pause e regressioni.

Sviluppo psicomotorio e crescita

Jedrek è un bambino di campagna. Cammina già. Si tiene allo stipite della porta e, scivolando cautamente fuori dello stanzone, va nell’atrio. Dall’atrio procede gattoni sui due gradini di pietra. Davanti alla casa incontra un gatto: si guardano un po’ e ognuno riprende la propria strada. Inciampa in un grumo d’argilla, si arresta, guarda. Ha trovato un bastoncino, siede, scava nella sabbia. C’è una buccia di patata, la porta alle labbra, sabbia in bocca, fa una smorfia, sputa, getta via. Si rialza in piedi, corre incontro al cane; il cane lo fa cadere, il bruto.

Fa già la smorfia di piangere, no: si è ricordato qualcosa, trascina la scopa. La mamma sta andando per acqua; si attacca alle sue gonne e cammina già più sicuro. Un gruppo di bambini più grandi, hanno un carretto, li guarda: lo mandano via, lui rimane in disparte e guarda. Due galletti si azzuffano, lui guarda. Lo mettono sul carrettino, lo portano, lo rovesciano. La mamma chiama. E’ la prima mezz’ora delle sedici ore della sua giornata.

Se gli prendi il cucchiaio, con il quale picchia sulla tavola, non lo privi di una cosa posseduta, ma della proprietà che ha la mano di scaricare energia e di esprimersi mediante il rumore.

Ha lasciato cadere a terra un bicchiere. E’ successa una cosa molto strana. Il bicchiere è sparito, e al suo posto sono comparsi degli oggetti completamente diversi. Si china, prende in mano un vetro, si ferisce, si fa male, dal dito cola il sangue. Tutto è pieno di misteri e di sorprese.

Dicono che ci sia una luna sola, ma la si vede dappertutto. – Senti, io mi metterò dietro la siepe, e tu mettiti in giardino – Hanno chiuso il cancello. – Allora, c’è la luna in giardino ?- C’è – Anche qui c’è – Si sono scambiati di posto, hanno verificato un’altra volta: ora sono sicuri che di lune ce ne sono due.

Che vita difficile hanno questi nani nel paese dei giganti ! Sempre con la testa in su per vedere qualcosa. La finestra è in alto come in prigione. Per sedersi su una seggiola, bisogna essere un acrobata.

Il bambino piccolo si sforza di conoscere se stesso, il mondo vivo e il mondo inanimato che lo circonda, perché a questo è legato il suo successo. Domandando: “che cos’è questo ?” con la parola e con lo sguardo, non vuole un nome, ma una valutazione.

Il lattante, che all’inizio triplica il peso nel corso di un anno, ha diritto a riposarsi. La velocità fulminea con la quale si compie il suo sviluppo psichico gli dà anche il diritto di dimenticare qualcosina di quanto già sapeva e noi avevamo immaturamente registrato come sua acquisizione definitiva.

Vale questo principio: il bambino deve mangiare quanto vuole, né più né meno. Anche durante l’alimentazione forzata del bambino malato, il cambiamento di dieta può essere determinato soltanto con la sua partecipazione e la cura deve essere condotta sotto il suo stesso controllo.

Costringere i bambini a dormire quando non ne hanno voglia è un delitto. La tabella che proclama quante ore di sonno sono necessarie al bambino è un assurdo. Il bambino pensa con il sentimento, non con l’intelletto.

Pericoli

L’indipendenza mi pare significhi possesso: io dispongo della mia persona. Nella libertà esiste un elemento volitivo e quindi di azione che sgorga dalla volontà. Le nostre stanze dei bambini con i mobili sistemati simmetricamente, i nostri giardini pubblici leccati non sono il campo dove si può manifestare l’indipendenza, né un laboratorio dove l’attiva volontà del bambino possa concretizzarsi.

Dappertutto trappole e pericoli, minacce e disgrazie che incombono. E se il bambino ti crederà e non mangerà di nascosto una libbra di prugne e ingannando la vigilanza con il batticuore non giocherà in un angolo con i fiammiferi, se ubbidiente, passivo, fiducioso, si sottometterà alla richiesta di evitare tutte le esperienze, di rinunciare a prove e tentativi, di schivare gli sforzi, ogni moto della volontà, che farà quando nel suo intimo sentirà qualcosa che ferisce, che brucia, morde ?

Per timore che la morte possa strapparci il bambino, strappiamo il bambino alla vita; per impedire che muoia non lo lasciamo vivere (…). Per un domani che non capisce né ha bisogno di capire lo derubiamo di molti anni di vita.

Pedagogia

Non: fa ciò che vuoi, ma: farò, comprerò, ti darò tutto quello che vuoi, ma tu devi chiedere soltanto ciò che io posso darti o comprarti o fare per te.

L’egocentrismo della visione del mondo infantile è anche mancanza di esperienza (…) Si potrebbe chiamare egocentrica visione dell’attimo presente il fatto che il bambino, per mancanza di esperienza, vive soltanto del presente. Un gioco rimandato di una settimana smette di essere realtà. D’estate l’inverno diventa una leggenda.

Il bambino conosce coloro che lo circondano, i loro umori, le loro abitudini, le loro debolezze (…). Sente la benevolenza, indovina l’ipocrisia, afferra al volo il ridicolo. Legge in faccia, come il contadino predice il tempo osservando il cielo.

Noia, il bambino non si sente in forma: quindi ha troppo caldo, ha freddo, ha fame, ha sete, mangia troppo, è sonnolento e dorme troppo, sente dei dolori e si stanca. (…) A volte provoca intenzionalmente una scenata, per ottenere nella prevedibile punizione la forte emozione che cercava.

Il gioco non è tanto l’elemento del bambino, quanto l’unico campo in cui gli permettiamo di prendere iniziativa in senso stretto o più in generale. (…) Al gioco il bambino ha diritto.Conviene ricordare che il successo del bambino non dipende solamente da come lo giudicano gli adulti, ma, in grado eguale o addirittura superiore, dall’opinione dei coetanei.

Se qualcuno ha combinato qualcosa di male, la cosa migliore è perdonarlo. Se l’ha fatto perché non sapeva, adesso sa. Se l’ha fatto involontariamente, nel futuro sarà più prudente. Se l’ha fatto perché fa fatica ad abituarsi, cercherà di essere più bravo. Se l’ha fatto perché qualcuno l’ha indotto, in futuro non seguirà più quei consigli. Se qualcuno ha fatto qualcosa di male, la cosa migliore è perdonarlo, aspettare finchè non si sarà ravveduto.

Nella teoria dell’educazione ci scordiamo che dobbiamo insegnare al bambino non solo ad apprezzare la verità, ma anche a riconoscere la menzogna, non solo ad amare, ma anche a odiare, non solo a stimare, ma anche a disprezzare, non solo ad acconsentire, ma anche a indignarsi, non solo a sottomettersi, ma anche a ribellarsi.

Il bambino vuole che l’educatore gli dimostri cordialità proprio nel momento in cui è davvero in colpa, quando è cattivo, quando ha avuto guai. Un vetro rotto, l’inchiostro versato, i vestiti strappati sono iniziative fallite (…)

Forse è la compassione l’unico sentimento benevolo che il bambino prova costantemente nei nostri confronti. “Ci deve essere qualcosa che non va, se sono sempre così infelici. Il papà poverino deve lavorare, la mamma è debole, fra non molto moriranno, non bisogna disturbarli”.

(Vogliamo) un educatore che non schiaccia ma libera, non trascina ma innalza, non opprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma chiede (…)

L’educatore, se si è preparato a questo momento per lunghi anni, osservando attentamente il bambino, può proporgli un programma su come arrivare a conoscersi, come vincersi, quali sforzi affrontare, come cercare la propria strada nella vita. Ritengo che molti bambini crescano nella repulsione per la virtù proprio perché gliela inculcano senza pausa, fanno indigestione di parole nobili.

Diritti del bambino

  • Diritto alla morte
  • Diritto alla sua vita presente
  • Diritto a essere quello che è
  • Diritto a esprimere ciò che pensa
  • Diritto a prendere attivamente parte alle considerazioni e alle sentenze che lo riguardano
  • Diritto al rispetto
  • Rispetto per la sua ignoranza
  • Rispetto per la sua laboriosa ricerca della conoscenza
  • Rispetto per le sue sconfitte e le sue lacrime
  • Rispetto per la sua proprietà
  • Rispetto per i colpi che gli riserva il duro lavoro della crescita
  • Rispetto per ogni suo minuto che passa, perché morirà e non tornerà più e un minuto ferito comincerà a sanguinare
  • Il bambino ha diritto di volere, di chiedere, di reclamare – ha il diritto di crescere e maturare e, giunto alla maturità, di dare i suoi frutti.

Quando parlo o gioco con un bambino, un istante della mia vita si unisce a un istante della sua e questi due istanti hanno la stessa maturità.

Carichiamo (l’infanzia) del fardello dei doveri dell’uomo di domani, senza riconoscerle alcuno dei diritti dell’uomo d’oggi.

Il bambino cresce, vive con intensità sempre maggiore, la sua respirazione si fa più rapida, il cuore batte più veloce; costruisce il suo essere, si sviluppa, si addentra più profondamente nella vita. Cresce giorno e notte: durante il sonno, mentre gioca, ride o piange e anche quando commette delle sciocchezze.

(…) e quando finalmente il domani è arrivato, noi aspettiamo ancora, giacchè l’opinione di fondo che il bambino non è ancora nulla, ma che sarà, che non sa ancora nulla, ma saprà, che non può ancora nulla, ma potrà, ci costringe ad una continua attesa. La metà dell’umanità non esiste nel pieno senso della parola; la sua vita non è che un gioco; le sue aspirazioni sono ingenue, i suoi sentimenti fugaci, le sue opinioni ridicole. I bambini sono diversi dagli adulti, manca qualcosa nella loro vita, eppure c’è qualcosa in più che nella nostra.

I bambini costituiscono una percentuale importante dell’umanità, delle sue genti, popoli e nazioni, in quanto abitanti, concittadini nostri, nostri compagni di sempre. Sono stati, sono, saranno. Una vita tanto per ridere non esiste. No, l’infanzia sono lunghi e importanti anni nella vita di un uomo.

Lasciamo che il bambino si abbeveri fiducioso nell’allegria del mattino (…)

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Opere di Korczak edite in italiano:

“Come amare il bambino” (1920)  1996  Luni
“Il diritto del bambino al rispetto” (1929)  2004  Luni
“Quando ridiventerò bambino” (1924)  1995  Luni
“Diario del ghetto”  1997  Luni

In lingua originale (polacco) sono reperibili 28 libri, alcuni dei quali tradotti in varie lingue (soprattutto tedesco, inglese, russo ed ebraico). Oltre ai saggi e ai romanzi Korczak ha scritto numerosi libri per bambini, soltanto in minima parte tradotti in italiano.